Palestina: “Trump non ha ucciso il processo di pace”…

E’ mercoledì sera, a Gerusalemme è una serata non troppo fredda, ma dalla strada si sentono meno rumori del solito. Il presidente degli Stati Uniti già da qualche giorno ha annunciato una conferenza stampa, in cui pare dichiarerà Gerusalemme capitale di Israele.

Sembra un film dal finale già scritto, ma un po’ tutti facciamo fatica a credere che lo farà davvero, che la prima potenza al mondo in pompa magna possa veramente provare ad alterare lo status di Gerusalemme, il più grande tabù del Diritto Internazionale quando si parla della questione israelo-palestinese. Del resto sono oltre 20 anni che i presidenti degli Stati Uniti, puntualmente con scadenza semestrale, decidono di rinviare l’attuazione del decreto che prevede lo spostamento a Gerusalemme dell’Ambasciata Statunitense in Israele.

E invece verso le 20:15 succede davvero. Trump dichiara Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. E lo fa utilizzando non il linguaggio degli Stati Uniti, ma nemmeno un linguaggio israeliano, piuttosto il linguaggio di Benjamin Nethanyau, il primo ministro di quello che è probabilmente il governo più conservatore mai esistito in questo paese. Parla di un atto scontato, di un atto naturale, che semplicemente sancisce la normalizzazione di quello che Gerusalemme già è: la città che ospita la Knesset, e che è stata trasformata de facto in una città sotto la completa amministrazione Israeliana.

La situazione in città è molto tranquilla. Alla porta di Jaffa gruppetti di Israeliani esultano. Sulle mura della città vecchia vengono proiettate la bandiera israeliana e quella statunitense. Abu Mohammed, nato a Gerusalemme una sessantina abbondante di anni fa, mi dice che “Trump è un cane! Ma tanto se credono che noi andremo via si sbagliano di grosso. Noi apparteniamo a questa terra a Gerusalemme siamo nati e qui moriremo. Nessuno potrà impedirci di star qui e di andare a pregare ad Al Aqsa”. Ed effettivamente a Gerusalemme fra i palestinesi, si respira abbastanza quest’aria. Rabbia, disgusto, ma non è cambiato e non cambierà nulla. Da mercoledì sono continue le manifestazione e gli scontri in Cisgiordania così come a Gaza, ma a Gerusalemme la reazione è stata molto più blanda di quello che ci si sarebbe aspettato. Piccole manifestazioni, scontri circoscritti.

Discutendo con cooperanti ed amici palestinesi sorridiamo un po’ di fronte alle dichiarazioni dei capi di governo e di alcuni giornalisti che si allarmano perché il processo di pace ha subito un attacco gravissimo. Come riportato da Haaretz, uno dei più autorevoli quotidiani israeliani: Trump non ha ucciso il processo di pace, ma ne ha semplicemente decretato la morte, che è in realtà già avvenuta da molto tempo. Chi vive qui, inoltre, si rende conto che anche la soluzione a due stati è una soluzione assolutamente remota, e resa inattuabile dalla presenza di tanti insediamenti israeliani in Cisgiordania che hanno oramai raggiunto la dimensione di vere e proprie città.

Ilan Pappe, il maggior esponente della Nuova storiografia israeliana, ritiene che in questo contesto “utilizzare termini come “occupazione” o “Processo di pace” sia inappropriato. Il termine Occupazione presuppone una situazione temporanea, in cui un esercito dopo un certo tempo si ritiri dalla zona occupata. In Palestina il ritiro fisico dell’esercito da alcune aree non comporterebbe la fine dell’occupazione, per cui sarebbe più opportuno parlare di “colonizzazione”. Allo stesso tempo Pappe ritiene che affiancare il termine “Processo di pace” al termine “occupazione” crei una falsa impressione: non basta che Israele demilitarizzi i Territori Palestinesi per arrivare ad una pace, ma è necessario un processo di vera e propria de-colonizzazione.

La dichiarazione di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, invece, rappresenta la legittimazione di 50 anni di occupazione israeliana. La normalizzazione dell’occupazione più che militare, “statale” di Gerusalemme Est da parte di Israele.  Viene fatta passare come un semplice prendere atto di una questione amministrativa che nello stato dei fatti è già così, dimenticando come questo sia in aperta violazione del diritto internazionale.

Intanto i disordini e le proteste continuano in modo abbastanza regolare. Molti dei manifestanti sono giovanissimi che all’uscita di scuola sfogano la propria rabbia e frustrazione verso il potere occupante. E intanto la testa va agli amici che vivono nella Striscia di Gaza, dove già si annoverano le prime vittime. Come spesso è capitato di vedere a chi vive qui da qualche anno, Gaza paga le conseguenze delle tensioni del paese, rappresentando un po’ una valvola di sfogo delle forze belliche di Israele.

Nessuno sa bene quali saranno i prossimi scenari in Palestina e nella regione. Noi continuiamo a sperare e a lavorare affinchè si veda un po’ più di giustizia in questa terra.

15 dicembre 2017