Ondata razzista: non aspettiamo il morto prima di reagire!

La violenza delle dichiarazioni politiche non è innocua. Il clima e l’atmosfera fortemente razzista che si respira nel nostro paese ha una ripercussione concreta nella realtà. Dobbiamo reagire, non rimanere indifferenti a questi crimini d’odio. Prima che che ci siano altri e altri morti ancora. Il commento di Udo Enwereuzor, responsabile per COSPE di migrazioni e diritti di cittadinanza.  

“L’Italia non può somigliare a un Far West dove un tale compra un fucile e spara dal balcone ferendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro”. Così ha parlato il Presidente Mattarella il 26 luglio, commentando il ferimento della bimba rom di 14 mesi.

Questo appello non è bastato a fermare la nuova moda di seminare paura fra le persone immigrate sparando con fucili ad aria compressa. Strana moda dell’estate 2018 questa di sparare agli immigrati con carabine a palline che, oltre a rischiare di rendere la piccolissima bimba rom inabile come richiamato dal Presidente, manda un messaggio come ogni crimine d’odio ad una parte della società.

Nello stesso giorno in cui ha parlato il Presidente, un 40enne di Cassola nel vicentino sparava con una carabina ad un operaio capoverdiano che lavorava su una pedana a 7 metri da terra. E sempre il 26 luglio a Partinico, un immigrato senegalese veniva picchiato ed insultato nel bar dove lavorava.

Secondo un conteggio sommario, dall’11 giugno ad oggi 30 luglio, 12 africani ed una bambina rom sono stati aggrediti, la maggioranza con armi ad aria compressa (10). Nonostante questa serie mai registrata prima, il ministro degli Interni continua a negare che ci sia un grave problema di violenza razzista. Purtroppo non è detto che un morto lo convinca del contrario. La tentata strage di africani a macerata del 3 febbraio ad opera di un militante del suo partito, la Lega, non ha suscitato in lui neanche una presa di distanza dall’attentato, senza parole che minimizzavano il grave fatto.

Il pensiero non può non tornare a quando un altro esponente leghista, Gentilini, allora sindaco di Treviso, incitava a “vestire gli immigrati da lepre per far esercitare i cacciatori”. Venne processato per incitamento all’odio razziale e venne assolto perché ‘lo avevano sentito sole due persone’ e non tutto il pubblico presente alla manifestazione.

Chi, come il ministro degli Interni Salvini, incita oggi all’odio con dichiarazioni irresponsabili lo fa su mezzi che raggiungono svariate migliaia, e potenzialmente milioni, di persone. Queste dichiarazioni moltiplicano il rischio che qualcuno, da qualche parte del paese, possa ritenere quantomeno ‘tollerabile’ da parte della società, che gli immigrati africani e i rom, indicati spesso nelle dichiarazioni di Salvini come delle pericolose e minacciose presenze per l’Italia, vengano terrorizzati ferendoli con armi ad aria compressa.

Questi gravissimi fatti necessitano di espliciti ed accorati respingimenti da parte di tutte le persone che hanno la possibilità di farsi sentire ed ascoltare. I crimini d’odio, perché questi sono i casi che abbiamo richiamato sopra, costituiscono delle minacce serie per la convivenza e la coesione nelle nostre città. Non è accettabile che una parte dei residenti debba vivere nel terrore di poter essere il bersaglio per il tiro a segno dell’ultimo che ha scoperto una passione per il fucile ad aria compressa. Minimizzare questa sequenza di accadimenti non farà che incoraggiarne altri.

Per questo bisogna mobilitarsi per fermare questa pericolosa situazione. Coloro che raccontano queste aggressioni all’opinione facciano attenzione a non avvalorare l’idea che siano episodi di delinquenza comune senza motivazioni di appartenenza etnica o razziale. La gravità di questi fatti sta prima negli atti stessi e nei loro effetti sulle vittime e gli appartenenti ai gruppi coi quali s’identificano. Occorre evitare di elevare le dichiarazioni degli autori di tali reati a ‘spiegazioni accettabili’ perché nello sparare non hanno gridato ‘morto al migrante o rom’ o perché in casa loro non si sono trovati segni di appartenenza a gruppi estremisti. L’insidia peggiore di queste aggressioni sta proprio nel fatto che non uccidono, almeno fino adesso, e sono fatte da ‘persone che non hanno una storia di estremismo politico’.

COSPE invita la società civile, i gruppi politici, religiosi e tutta la società a non aspettare il morto prima di reagire contro queste barbarie. Di morti da atti simili ne abbiamo già avuti questo anno e bastano. Gli omicidi di Idy Diene e Sacko Soumayla sono ancora delle ferite aperte e freschi nella memoria da rendere insopportabile altre simili tragedie.

 

31 luglio 2018