“Odissee fiorite”: le donne straniere si raccontano attraverso gli oggetti. Intervista a Tiziana Menegazzo

Abbiamo intervistato Tiziana Menegazzo, in questi giorni a Firenze per il Festival l’Eredità delle Donne (21, 22, 23 settembre 2018). L’artista è stata ospite di COSPE e ha scelto la nostra sede per incontrare donne e ragazze straniere che volessero partecipare alla realizzazione del suo progetto “Odissee Fiorite”. Il progetto fotografico di antropologia visiva è basato sull’incontro tra l’artista e le donne straniere, che si conoscono reciprocamente per la prima volta e fotografano tre oggetti quotidiani che esprimono esperienze di vita. Tutto ciò permette all’artista di mette in evidenza la capacità delle donne di fare casa ovunque siano e da dovunque vengano, a prescindere dalle loro odissee personali. Alle partecipanti viene richiesto di portare tre oggetti personali che rappresentino la propria esperienza di “viaggio” attraverso l’eredità della memoria, la storia presente e il futuro. Il dialogo con l’artista si svolge attorno a tre quesiti: cosa porti con te dal passato come simbolo delle tue radici? Come hai integrato le tue origini con la vita attuale? Cosa progetti per il tuo futuro?

Da dove è nata l’idea del progetto e il suo nome? Il progetto è il frutto di uno studio iniziato nel 2014 quando ho vinto una residenza artistica a Marrakech e sono stata un mese nella Medina insieme a un gruppo di signore velate e lì il lavoro era sull’identità quindi “che cosa c’è sotto il velo” e ho iniziato a lavorare con gli oggetti perché gli oggetti trascinano con sé una scia di significato poetica ed estremamente significativa.  Quest’anno ho presentato un progetto a Torino per il festival internazionale di fotografia che faceva capo al Museo di arte contemporanea di Ettore Fico e ho pensato di trasformare il mio primo input in qualcos’altro perché l’identità non era una prerogativa interessante in una città come Torino ma il concetto di casa sì, per cui ho elaborato questo progetto che si chiama Odissee Fiorite il cui cuore è la capacità femminile di fare casa ovunque nonostante tutto. Nonostante il dolore, gli strappi, le ferite, i guai che una vita può contenere, il femminile è capace di fare futuro e questo futuro è la capacità di avere cura e l’avere cura è fare casa. A Torino infatti il progetto è stato ospitato in un luogo che si chiama Housing Giulia che è una residenza sociale ed è stata un’esperienza molto emozionante.

C’è stato un episodio particolare che l’ha spinta ad iniziare questo progetto?Io tendo ad essere molto curiosa quindi mi interessava molto trasportare quello che era un input emotivo in una realtà concreta e gli oggetti mi interessano molto. Io ho molti oggetti e quindi ho pensato che forse anche gli altri potessero avere molti oggetti.

Che tipo di riscontro ha ricevuto dalle partecipanti? Vi racconto un episodio particolare. Io ho fatto un crowdfunding sulla piattaforma Eppela perché nessuno mi ha finanziato il progetto. É una piattaforma molto interessante perché si occupa solamente di arte e cultura e ti richiedono di “metterci la faccia”. Io non voglio mai apparire nei video e invece l’ho dovuto fare! Ecco, alcune donne hanno fatto una donazione perché si partiva da cinque euro. L’ho trovato bellissimo perché è stato davvero un progetto condiviso.

Qual è stata la storia più interessante e significativa che ha ascoltato? E un po’ difficile da scegliere, perché sono state tutte estremamente interessanti. In questo momento mi viene in mente Amina, una ragazza del Ciad di 23 anni con una bimba piccola. Per il passato lei ha tirato fuori una bottiglia bellissima con un pacchetto di ambra e mi ha detto “Devo farti una cosa, ti fidi di me?”. Mi ha raccontato che c’è questa tradizione per cui si brucia l’ambra per la donna che per la prima volta entra in casa tua e si mettono i capelli sopra. Questo l’ho trovato meraviglioso. Un’altra storia è quella di Sara, psicologa di 25 anni, dalla Basilicata. L’esordio lo trovo scoppiettante perché dice “Sono cresciuta in un paese in cui ci sono più bar che case, quindi sono cresciuta giocando a carte e bevendo caffè e lì ho imparato l’emancipazione perché giocavo contro i maschi e potevo vincere”.  Poi c’è il gilet del nonno di una signora finlandese ed è il gilet con cui il nonno si è sposato e lei lo indossa per non dimenticare le sue radici. Un’altra storia sconvolgente è di una ragazza nigeriana che all’inizio era molto aggressiva poi si è rilassata. Continuava a dire che lei non aveva portato niente con sé. Allora io ho detto “Va bene facciamo un gioco… e se tu l’avessi portato? Cosa sarebbe? Sono sicura che hai la foto di tua figlia nel portafoglio (detto tirando a indovinare)”. E lei ha risposto “Assolutamente sì”. Siamo partite da questo. Ha detto che il suo passato lo vuole solo dimenticare perché era nella tratta della prostituzione. Allora le ho chiesto se si fidava di me e se potevo scegliere al posto suo il passato. Mi ha detto sì e io ho scelto un quadrato tutto nero. Poi c’è la foto della figlia per il presente e la foto di una cassa al supermercato perché in futuro vorrebbe fare la cassiera. Tutte hanno detto cose straordinarie. Per esempio oggi all’Università una ragazza cinese si è messa a piangere perché raccontava che era riuscita a liberarsi dalle aspettative che la madre aveva su di lei. Quindi questa cosa degli oggetti funziona, perché si riesce a parlare più sinceramente. Sono il tramite di un’apertura, una porta e sono tutti molto preziosi, è stata proprio una condivisione.

Come pensa di sviluppare il progetto in futuro? Ha già pensato ad una possibile futura destinazione? Adesso vedremo cosa succede, ancora non lo so. Non ci ho pensato perché in parallelo ho un altro progetto che mi interessa molto anche dato il momento politico esistente; vorrei fare un lavoro con le foto e gli oggetti delle persone di 80 anni perché quando non ci saranno più, non ci ricorderemo più cosa è successo. Sto iniziando a contattare le associazioni delle immigrazioni interne del secondo dopoguerra per iniziare a fare una mappatura della memoria.

Le immagini degli oggetti e il racconto ad essi legati sono al centro della mostra “Odissee Fiorite, frammenti fotografici di storie di donne” che sarà possibile visitare presso la Chiesa di Santa Verdiana (Piazza Ghiberti, 27 Firenze) venerdì 21 e sabato 22 settembre 2018 nell’ambito del Festival L’Eredità delle Donne.