L’Unione Europea contro salute e ambiente: rinnovato il glifosato per 5 anni

Il 27 novembre 2017 gli stati membri UE si sono riuniti e hanno stabilito che il glifosato potrà essere venduto ed utilizzato nel territorio dell’Unione Europea per almeno altri cinque anni. Il glifosato è un erbicida a largo spettro immesso in commercio per la prima volta nel 1974 dalla Monsanto ed è l’erbicida più usato al mondo.

La decisione del comitato d’appello dell’UE, ha completamente fatto carta straccia dell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che garantisce il principio di precauzione. Per poter immettere sul mercato un prodotto nel territorio dell’Unione i produttori devono infatti ottenere un’autorizzazione che, per il principio di precauzione, è vincolata all’assenza di evidenze attendibili di una presunta pericolosità. Inoltre, nel caso specifico degli antiparassitari, “l’onere della prova” spetta ai produttori. Questo significa che non è il consumatore a dover dimostrare che un erbicida è potenzialmente pericoloso, in quanto si ipotizza a priori che lo sia e spetta al produttore dimostrare il contrario.

Le ricerche scientifiche che evidenziano la pericolosità del glifosato per la salute umana e per l’ambiente sono ormai numerosissime, ma esistono anche studi che sostengono il contrario. Quello che potrebbe sembrare un dibattito basato su evidenze scientifiche discordi è, in realtà, un triste esempio di come i decisori dell’EU non siano stati in grado di valutare la validità delle fonti scientifiche o, scenario peggiore e forse più realistico, abbiano ceduto alle pressioni della lobby dell’industria agrochimica. Infatti, gli studi che supportano la tesi che il glifosato sia innocuo per la salute umana e per l’ambiente si basano principalmente su rapporti tecnici finanziati dalla stessa Monsanto oppure su dati mai resi pubblici e quindi non analizzabili da scienziati indipendenti. Inoltre, in molti degli studi utilizzati per supportare la tesi che il glifosato sia innocuo, sono stati analizzati soltanto gli effetti della molecola che compone il principio attivo dell’erbicida, priva dei coformulanti normalmente aggiunti nei prodotti commerciali per aumentarne l’efficacia.

Al contrario, i risultati dei tanti studi che provano la pericolosità del glifosato sono stati pubblicati in riviste scientifiche soggette a revisioni indipendenti da esperti del settore, un processo conosciuto come peer-review, che ha lo scopo di prevenire ingerenze di interessi estranei alla ricerca scientifica o carenze nei metodi di indagine. È difficile comprendere perché questo aspetto non sia stato preso in considerazione nel valutare la pericolosità del glifosato ed è preoccupante il fatto che il parere di enti di ricerca indipendenti e prestigiosi come l’International Agency for Research on Cancer (IARC) e l’Istituto Ramazzini di Bologna siano stati ignorati dal comitato d’appello dell’Unione Europea. Anche la sezione Italiana dell’International Society of Doctors for Environment (ISDE-Italia), ha assunto una posizione netta a favore di un divieto del glifosato.

Il comitato d’appello dell’UE non ha semplicemente ignorato le evidenze scientifiche, ma anche la volontà dei cittadini. L’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) sostenuta dalla campagna “Stop Glifosato” ha portato alla raccolta di più di 1.323.000 firme di cittadini europei che chiedevano di non rinnovarne l’autorizzazione all’uso.

La decisione dell’UE appare quindi priva di motivazioni, se non quella delle lobby del settore agrochimico, emerse di recente anche grazie alle rivelazioni dei “Monsanto papers” e all’inchiesta del quotidiano francese “Le Monde”, pubblicata in Italia da “Internazionale”. Però l’aspetto positivo è che l’Italia, insieme a Francia, Belgio, Grecia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia ha espresso voto contrario al rinnovo dell’autorizzazione.

La presa di posizione dell’UE è senza dubbio una sconfitta per la scienza e per la società civile, ma è necessario sin da ora lavorare per assicurarsi che nel 2022 vi sia un fronte compatto ed un parere condiviso degli stati membri sulla pericolosità del glifosato. Per ottenere questo risultato bisogna difendere l’operato delle istituzioni scientifiche indipendenti, divulgare in maniera più efficace i risultati delle ricerche e, soprattutto, lavorare con gli agricoltori per identificare e rendere più accessibili le alternative al glifosato. È necessario riorganizzare e riorientare in tempi brevi l’azione della società civile, partendo dal consenso che la campagna Stop Glifosato e l’ISDE sono stati in grado di creare e lavorare sulle istituzioni nazionali affinché adottino in tempi brevi misure di mitigazione dei rischi. La Francia ha già annunciato di volerlo fare e l’Italia, con il decreto del Ministero della Salute del 9 agosto 2016 che vieta l’uso del glifosato in pre-raccolta e in aree pubbliche (parchi, giardini, aree verdi scolastiche, etc.) e con la scelta di votare contro il rinnovo dell’autorizzazione in sede EU, fa un passo molto importante verso un’agricoltura che ha a cuore i diritti della collettività, in primis il diritto alla salute.

 

Massimiliano Sanfilippo

Responsabile tematico Conversione ecologica e transizione – COSPE

 

Firenze, 30 Novembre 2017