L’odio ai tempi del web: un’intervista sull’hate speech on line

Cos’è l’hate speech, chi colpisce, chi lo pratica, come si combatte?! Sono queste le questioni che emergono dalla lunga intervista alla nostra collega Alessia Giannoni  fatta dai redattori di “Segni e Sogni”, rivista della cooperativa Dialogos.  COSPE da tempo lavora su questo argomento e l’anno passato ha pubblicato una ricerca (scaricabile qui),  in cui ha approfondito questo fenomeno tramite l’analisi di casi studio ed interviste a testate e testimoni privilegiati.  Di seguito l’intervista.

Prima di tutto, ti chiedo di definire che cosa si intende per “hate speech” ?

La definizione di hate speech è una questione ancora dibattuta e varie istituzioni ed esperti nel corso degli anni hanno proposto diverse versioni. La più completa e recente è contenuta nella “Raccomandazione di politica generale n. 15 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI)”del 21 marzo 2016 relativa alla lotta contro il discorso dell’odio. Tale concetto viene definito come “l’istigazione, la promozione o l’incitamento alla denigrazione, all’odio o alla diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, o il fatto di sottoporre a soprusi, molestie, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce tale persona o gruppo, e comprende la giustificazione di queste varie forme di espressione, fondata su una serie di motivi, quali la “razza”, il colore, la lingua, la religione o le convinzioni, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica, nonché l’ascendenza, l’età, la disabilità, il sesso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale e ogni altra caratteristica o situazione personale.”

Quale è la dimensione del fenomeno in Italia? Da un punto di vista numerico e rispetto a chi ne viene coinvolto, in quanto attore dei discorso d’odio e in quanto vittima?

E’ molto difficile tracciare e monitorare l’hatespeech online, per la complessità delle forme che nel mare magnum del web questo fenomeno può assumere. Vari studi ci danno comunque informazioni importanti ed emerge ad esempio come le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line. A livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. La mappa dell’intolleranza ideata da Vox – Osservatorio italiano sui diritti ed incentrata su Twitter, ha rilevato che le donne sono oggetto del 63% di tutti i tweet negativi rilevati nel periodo agosto 2015-febbraio 2016. Seguono come oggetto d’odio a pari merito le persone LGBTI e migranti, rispettivamente nel 10,8% e 10,9% dei casi. Secondo l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali i casi di discriminazione che avvengono in rete sono il 30,4% del totale delle segnalazioni pertinenti. All’interno di questo gruppo di casi, più della metà (51,6%) ha riguardato nel corso del 2014 casi di condotte discriminatorie avvenute sui social media (Facebook, Twitter e Blog). Chiunque navighi sul web e nei social media avrà esperienza della grande quantità di insulti rivolti contro gli immigrati. Per eleggere a bersaglio gli stranieri – e specialmente i profughi, i musulmani e i rom – si ricorre spesso a false notizie e alla cosiddetta “post-verità”, la tendenza a far prevalere gli appelli emotivi e le proprie idee sulla realtà dei fatti. Oggetto di odio sono anche i rom, gli ebrei e le persone con disabilità. Ancora più difficile tracciare un profilo degli “haters”, cioè coloro che odiano, fenomeno che appare trasversale a sesso, età, livello socio-economico. Una questione dibattuta riguarda l’anonimato online, molti hanno sostenuto l’importanza di rendere riconoscibili gli utenti come sorta di responsabilizzazione, che quindi porterebbe ad una diminuzione di questi fenomeni. Indagini recenti mostrano come in realtà l’odio genera consenso e come tale viene rivendicato: le persone non si vergognano ad odiare, anzi sentono di esprimere un sentimento condiviso e sulla base di questa comunanza esistono pagine e gruppi numerosi che inneggiano ad esempio alla violenza contro le donne e i migranti.

 Quali sono i motivi per cui, secondo te, la pratica del discorso d’odio online si sta diffondendo?

Questa domanda meriterebbe un intero trattato di sociologia! In questi anni di lavoro sul tema, dalla nostra prospettiva di attivisti, abbiamo visto gli esperti dibattere sul ruolo della rete, chi ritiene che questa avrebbe agevolato l’aumento delle esternazioni violente e l’innalzamento dei toni, fino ad influenzare e cambiare i comportamenti delle persone, chi invece ritiene che la neutralità della rete sia un valore importante e demanda tutta la responsabilità alle persone. Quindi è tutta colpa di internet o i social siamo noi? Indubbiamente il web e i social media in particolare hanno amplificato la circolazione delle informazioni e facilitato il confronto e più spesso lo scontro, Eco a tal proposito aveva parlato di “diritto di parola a legioni di imbecilli”. Ma non possiamo non ricordare come internet sia anche una risorsa inesauribile di informazioni, possibilità di conoscenza e di crescita. E per questo è importante non criminalizzare la rete, bensì approfondire le possibilità di far circolare la contro-parola. Internet non è un mondo a sé stante, noi ormai viviamo online ed offline quasi contemporaneamente, abbiamo possibilità diverse di entrare in relazione, quando ad esempio incontriamo qualcuno o mandiamo un messaggio su WhatsApp. Ma offendere virtualmente non è meno grave che farlo dal vivo ed è questo tipo di consapevolezza che ancora non è diffusa.

Noi abbiamo approfondito soprattutto l’odio online contro migranti e rifugiati ed è  apparso chiaro come in un periodo di disagio sociale diffuso, con un’informazione che tende ad enfatizzare le notizie relativi agli arrivi favorendo percezioni distorte, politici irresponsabili che fomentano le paure dei cittadini, la creazione di bufale ad hoc, la propensione della rete a diventare valvola di sfogo, il confronto rapido e in forma scritta tra persone completamente diverse che avviene nei social media, siano un mix esplosivo. 

COSPE da decenni lavora per contrastare le discriminazioni e combattere il razzismo, diffondendo una mentalità aperta verso le culture e i popoli del mondo. Dal vostro osservatorio, quali sono le modalità e gli strumenti più utili per contrastare questa pratica?

L’hate speech è un fenomeno molto complesso ed articolato e per contrastarlo crediamo sia necessario una strategia integrata su piani diversi. E’ importante che in rete non ci sia la sensazione che qualunque offesa e comportamento sbagliato resti impunito. Chi sbaglia online e commette reati deve essere sanzionato come lo sarebbe nella realtà, le norme esistono ed è importante che vengano applicate, per tutelare le vittime e perché tutti si sentano liberi di potersi esprimere. Anche la tecnologia può dare una mano, già vengono utilizzati algoritmi e glossari per schermare insulti e contenuti inappropriati e prevenire i conflitti, anche se comunque la facoltà di scelta e valutazione è importante rimanga in mani “umane”. Ma a nostro parere l’arma più efficace per contrastare questo fenomeno è l’educazione. Promuovere il pensiero critico, formare alla fruizione consapevole dei media, favorire la conoscenza delle potenzialità della rete e la creatività online sono alcune delle strade che possono essere intraprese per rendere internet un posto migliore per tutti. Noi stiamo lavorando in questa direzione nelle scuole, sia con gli insegnanti che con i ragazzi e le ragazze e il grande interesse che abbiamo riscontrato ci fa capire che c’è davvero bisogno di mettersi in ascolto e darsi da fare. 

Cosa chiedete alle istituzioni pubbliche?

Le istituzioni hanno un ruolo cruciale nel contrasto all’odio e crediamo che il loro impegno debba andare in diverse direzioni, sia a livello normativo, che politico e infine culturale. Un segnale importante è stato dato dalla Camera dei Deputati che ha istituito nel maggio 2016 la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, di cui anche noi di Cospe abbiamo fatto parte ed ha realizzato una relazione che contiene importanti raccomandazioni e proposte di azione. Secondo il nostro punto di vista è importante promuovere la concertazione di una strategia nazionale di contrasto all’odio, partendo dalla definizione dell’ECRI sopracitata che comprende tutte le diverse forme e migliorare la raccolta dati e la conoscenza del fenomeno. E’ fondamentale anche vigilare affinché figure pubbliche siano maggiormente responsabilizzate e non promuovano discorsi d’odio ed occorre prendere opportuni provvedimenti nei casi in cui questo accade. Gli attacchi alla eurodeputata Kyenge e alla Presidente Boldrini di noti esponenti politici sono esempi molto gravi. E’ necessario punire chi diffonde discorsi di odio seguendo la normativa esistente che a detta di molti giuristi offre già strumenti di sanzione e tutela per le vittime. Auspichiamo inoltre il rafforzamento dell’attuale UNAR, Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali in direzione di una reale autonomia ed indipendenza. Ed ancora una volta è il livello culturale che ci sta molto a cuore, in primis la necessità di promuovere una maggiore consapevolezza digitale tra i cittadini. La scuola a nostro parere è il luogo per eccellenza in cui indirizzare gli sforzi, sia con percorsi ad hoc sull’educazione ai media, che con un’impostazione trasversale che stimoli il pensiero critico e la creatività.

Cosa possono fare i social media?

Il ruolo dei social media è una delle questioni più controverse e gli stessi creatori delle piattaforme stanno dibattendo sui cambiamenti intercorsi dalla creazione fino agli sviluppi di oggi. E’ di qualche giorno fa la forte accusa di un ex manager, che è stato vice presidente di facebook ed è afflitto da un «tremendo senso di colpa» per la compagnia che ha contribuito a creare. «Penso – ha affermato – che abbiamo creato strumenti che stanno facendo a pezzi il tessuto sociale di come funziona la società». Questa posizione è condivisa da una parte di opinione pubblica, che spinge per una regolazione dei social network ed un maggior impegno nel contrasto di hate speech, cyberbullismo, revenge porn, fenomeni che inquinano l’esperienza online. Nel maggio 2016, su impulso della Commissione europea, Facebook, Twitter, Microsoft e Youtube avevano sottoscritto un codice di autoregolamentazione col quale si impegnavano a mettere in atto procedure di segnalazione efficaci, a rendere chiare per la comunità le proprie politiche e linee di condotta sui discorsi d’odio e a verificare le segnalazioni relative a casi di hate speech entro 24 ore. Tuttavia al primo test realizzato dalla Commissione i contenuti segnalati come hate speech sono stati rimossi nel 28.2% dei casi e solo il 40% delle volte entro 24 ore. Altri esperimenti hanno portato a risultati simili ed è quindi evidente come su questo ci siano ancora ampi margini di miglioramento. Una questione dirimente è che queste compagnie sono società private ed hanno quindi come obiettivo finale il fatturato e non i diritti umani. D’altro canto è innegabile che i servizi che erogano hanno sempre di più un impatto sulla società ed importanti conseguenze nelle nostre vite e quindi importante ragionare sul tipo di regolamentazione e sulle responsabilità di questi colossi del web.

In che modo possono agire i cittadini, che si imbattono negli hate speech?

Io credo che sia esperienza comune l’essersi imbattuti in casi di hate speech e aver provato a reagire per poi essere travolti da numerosi commenti negativi. Spesso è ahimè questo che accade, soprattutto quando si interviene su temi caldi come immigrazione e dintorni. Il motivo è che generalmente chi commenta con odio ed aggressività è più motivato ed agguerrito rispetto a chi vuole proporre un’argomentazione diversa, meno basata sull’emotività. Gli esperti che studiano le bufale e la disinformazione hanno inoltre dimostrato come i tentativi di smontare le false notizie spiegando la realtà dei fatti spesso falliscono, perché le persone tendono a credere a ciò che già fa parte della propria visione del mondo. Spesso negli scambi online non c’è un reale confronto, bensì una contrapposizione di opinioni, che tende a esacerbare le posizioni di partenza. Con queste premesse verrebbe voglia di gettare la spugna, invece noi pensiamo che sia davvero importante prendere posizione contro l’hate speech anche sul web, proprio perché non si parla di un mondo “altro” scollegato dalla realtà e le azioni hanno conseguenze vere. I vari social network danno la possibilità di segnalare i discorsi d’odio ed i contenuti inappropriati ed è un’opportunità di cui approfittare. Contenuti particolarmente gravi e sanzionabili secondo il diritto vigente devono essere denunciati presso le forze dell’ordine. Possiamo inoltre impegnarci a condividere e far circolare la cosiddetta contro-parola, dando quindi spazio alle informazioni che smentiscono i discorsi d’odio o le false notizie. Infine, armandoci di tanta pazienza, possiamo provare a discutere con gli haters: difficilmente riusciremo a fare cambiare idea, ma bisogna ricordarsi che sui social c’è sempre una maggioranza silenziosa che osserva e di conseguenza potremmo insinuare in qualche utente il dubbio e la voglia di informarsi. E’ un dovere collettivo impegnarsi per rendere il web un posto più sano e piacevole per tutti. Come recita la dichiarazione dei diritti di Internet promossa dalla Camera dei deputati:“L’uso consapevole di Internet è fondamentale garanzia per lo sviluppo di uguali possibilità di crescita individuale e collettiva, il riequilibrio democratico delle differenze di potere sulla Rete tra attori economici, Istituzioni e cittadini, la prevenzione delle discriminazioni e dei comportamenti a rischio e di quelli lesivi delle libertà altrui.”

La foto è del sito valigia blu