“La nuova legge sulla cooperazione rappresenta un passo nella giusta direzione, ma da sola non basta”

Khalid Chaouki, giovane giornalista e deputato italiano di origini marocchine, è entrato da poco più di un anno nelle aule di Montecitorio, ma è da sempre impegnato sui temi dei diritti dei migranti e degli italiani di seconda generazione: alla Camera è membro dell’Assemblea Parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo e della Commissione Affari Esteri. In questi giorni era a Firenze, per un convegno organizzato da Concord Italia sul tema del futuro del Mediterraneo: un’occasione per parlare con lui di immigrazione, del nuovo disegno di legge sulla cooperazione, appena approvato dal Senato, ma anche di alcune tematiche “calde” come la questione del sì o no al velo islamico, dopo gli ultimi sviluppi del tema in terra francese.

 

Partiamo dalla nuova legge italiana sulla cooperazione: tra le novità apportate dal testo, anche quella relativa alle associazioni italiane di immigrati, che finalmente vengono riconosciute come soggetti e attori della cooperazione internazionale.

 

“Si tratta di una novità assolutamente positiva, anche se arriva in ritardo, ma, come si dice, meglio tardi che mai: dobbiamo entrare nell’ottica che l’immigrazione può rappresentare davvero una ricchezza per il mondo della cooperazione italiana ed europea. E’ chiaro, però, che dobbiamo anche valorizzare l’associazionismo migrante qui in Italia: non basta riconoscerlo come soggetto di cooperazione, occorrono fin da subito progetti di formazione diretti a queste associazioni ed ai propri dirigenti. In più dobbiamo anche facilitare la mobilità degli immigrati in Italia, garantirgli una ‘serenità’ maggiore nello spostamento tra Italia ed i loro paesi d’origine, il loro ‘sentirsi parte’ di entrambi i paesi: da questo punto di vista una riforma della legge sull’immigrazione è sempre più urgente.

 

Passiamo all’Europa ed al tema dell’immigrazione: un tema purtroppo sempre attuale, complici le ultime stragi di migranti nel Mediterraneo.

L’Unione Europea, adesso, sembra avere un approccio diverso rispetto al tema degli immigrati: siamo passati dalle politiche di respingimenti in mare, che hanno causato così tanti morti e disastri, a quelle di Frontex, che puntano al salvataggio ed alla salvaguardia delle vite umane. Sembra scontato, ma è un passo in avanti importante: occorre andare avanti su questa strada, in un’ottica che vede gli immigrati come portatori di diritti e libertà personali, e non solo come un problema da risolvere.

In Francia, intanto, la legge sul velo è stata dichiarata ammissibile dalla Corte Europea dei Diritti umani: il caso francese può diventare un modello per progetti legislativi futuri in altri Paesi europei, Italia in testa? Lo vede come un rischio o un’opportunità?

E’ chiaro che, di fronte a precetti religiosi o alla loro interpretazione, come nel caso del tema del burqua islamico, sarebbe auspicabile che intervenisse la cultura dei diritti, più che le norme dello stato, a portare a fare dei passi avanti. In Francia c’è stata una campagna durissima, dove a mio avviso è stato messo in dubbio perfino il principio di laicità dello stato, da intendersi non come esclusione del fatto religioso, ma come garanzia della libertà per tutti: prova ne è che in Francia anche a chi indossa il semplice hijab (il velo che copre solo i capelli) viene negato l’accesso agli spazi pubblici, come le scuole; questo rappresenta a mio avviso un grave errore.

E per quanto riguarda l’Italia?

Anche nel nostro Paese si sta alimentando un tentativo di restringere gli spazi di libertà religiosa: in alcune città sta ritornando in auge una campagna islamofoba, che vuole ridurre gli spazi di libertà degli immigrati, come ad esempio è successo recentemente a Padova, dove è stato negato il diritto alla comunità islamica ad avere una sala per la preghiera del Ramadam. Il rischio è che questi temi, che sono fondamentali e vanno certamente discussi, diventino terreno di speculazioni politiche e campagne da parte dell’estrema destra, che vogliono negare libertà fondamentali come il diritto al culto o al pluralismo religioso.

 


 

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