Israele pronto alla deportazione della comunità Jahalin in Palestina.

Dopo oltre un mese dalla sentenza della Corte di Giustizia israeliana, e dopo mesi di campagne e di pressioni politiche promosse da tante organizzazioni e diplomazie internazionali, da stamattina lo Stato di Israele ha avviato le operazioni per la demolizione del villaggio beduino Jahalin di Khan Al Amhar, nel territorio palestinese occupato. Un villaggio di capanne in cui vivono poche famiglie, nell’area di deserto che porta da Gerusalemme al Mar Morto.

Le forze di polizia israeliane hanno consegnato agli abitanti del villaggio l’ordine di sgombero, e contestualmente i primi bulldozer hanno avviato le operazioni di livellamento del terreno e di preparazione dell’area circostante.

Eppure, rispetto a questa vicenda, notevole è stata la mobilitazione internazionale: società civile internazionale (tra cui COSPE e la Società civile per la Palestina), UE, diversi governi hanno espresso la gravità di tale decisione e la richiesta al governo israeliano di abbandonare tale piano, che di fatto deporta una comunità di circa 200 persone, residente in questo villaggio da oltre 60 anni. Proprio ieri l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha sottolineato che questa decisione è in palese violazione del Diritto Internazionale Umanitario, poiché infrange per la popolazione Jahalin il diritto a restare sulla terra in cui vive.

Già nei giorni scorsi, ed oggi immediatamente dopo l’arrivo della polizia israeliana nell’area, nel villaggio si è registrata la presenza pacifica di diverse centinaia di palestinesi, israeliani ed attivisti internazionali, in sostegno alla comunità Jahalin. Spropositata la risposta delle forze di polizia israeliane, con oltre 30 feriti e 11 arresti tra i palestinesi.

Davvero desolante guardare gli occhi tristi dei tanti bambini Jahalin, che hanno visto arrivare la polizia pronta a cacciarli via e ad abbattere le loro capanne, e poi ferire e portare via diversi dei loro genitori e familiari. Gli stessi bambini che, insieme ad altri bambini che giungono a Khan Al Ahmar da altri villaggi vicini, frequentano la “scuola di gomme”, costruita con pneumatici usati dalla ong Vento di Terra e dallo studio ARCò di Milano, proprio per ovviare alle limitazioni imposte dalle leggi emanate dallo stato di Israele nei territori palestinesi occupati. Con la distruzione del villaggio e della scuola, Israele non solo deporta una comunità, ma taglia sogni e speranze a tanti bambini, che in questa scuola sinora hanno avuto l’unico luogo in cui imparare, crescere, divertirsi e immaginare un futuro come tanti altri bambini. Al contrario, vincerà ancora una volta la cultura della rabbia, dell’odio, del vortice che porta allo scontro e alla violenza, come unico campo in cui potersi incontrare.

E da domani dovrebbero essere compiuti i passi successivi, tra cui, probabilmente, la definizione di “area militare” e la relativa chiusura pubblica del villaggio e della zona circostante. I tempi ormai sono strettissimi: in pochissimi giorni le istituzioni internazionali sono chiamate a passare dalla condanna e dalla pressione a vere azioni concrete nei confronti dello Stato di Israele: interruzioni di rapporti diplomatici, congelamento di accordi economici e simili iniziative, semplicemente applicando le stesse misure già presenti in diversi degli accordi siglati tra Israele e diversi paesi europei, tra cui l’Italia.

 

Contro la demolizione puoi firmare la petizione su Change.

5 luglio 2018