Lettera al Collegio dei Commissari sulla necessità di vietare gli scambi commerciali dell’UE con gli insediamenti ai sensi dell’articolo 207 del TFUE

COSPE è tra le organizzazioni firmatarie della lettera rivolta alla Commissione europea per chiedere il divieto degli scambi commerciali dell’Unione europea con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Palestinesi Occupati.

L’appello richiama la responsabilità dell’UE nel garantire che le proprie politiche siano conformi al diritto internazionale e rispettose dei diritti umani.

 

 

Gentile Presidente von der Leyen,

Gentile Alto Rappresentante / Vicepresidente Kallas,

Gentile Commissario Šefčovič,

Gentili Commissari,

Noi, le organizzazioni per i diritti umani e umanitarie firmatarie della presente lettera, vi scriviamo per sollecitarvi a proporre un regolamento che vieti gli scambi commerciali dell’Unione europea con gli insediamenti illegali di Israele.

Di fronte alle crescenti richieste dei ministri degli Affari Esteri degli Stati membri dell’UE, l’Alto Rappresentante ha ripetutamente chiesto alla Commissione di preparare una proposta per limitare il commercio con gli insediamenti illegali israeliani. Come molti di noi hanno sottolineato in una lettera congiunta nel febbraio 2025, riteniamo che l’UE debba vietare tali scambi commerciali e che debba farlo ai sensi dell’articolo 207 del TFUE, quale misura necessaria per rendere la politica commerciale dell’UE conforme al diritto internazionale, compresa la sua interpretazione più autorevole fornita dalla Corte internazionale di giustizia (CIG) nel suo storico parere consultivo del 19 luglio 2024.

La Corte ha stabilito che “la politica di insediamento di Israele, i suoi atti di annessione e la relativa legislazione e misure discriminatorie costituiscono una violazione del diritto internazionale” (par. 230). Ha inoltre stabilito che le politiche e le pratiche illegali di Israele violano il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, una norma imperativa del diritto internazionale che comporta obblighi erga omnes per tutti gli Stati, e che Israele viola il divieto di segregazione razziale e apartheid (par. 225-229). La Corte ha concluso che “la presenza continuativa di Israele nel Territorio palestinese occupato è illegale” (par. 266).

Per quanto riguarda gli Stati terzi, la Corte ha stabilito che essi abbiano l’obbligo di “adottare misure volte a impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei [Territori Palestinesi Occupati]” (par. 278), aggiungendo che “spetta a tutti gli Stati, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, garantire che venga posto fine a qualsiasi ostacolo derivante dalla presenza illegale di Israele nei [Territori Palestinesi Ooccupati] all’esercizio del diritto all’autodeterminazione da parte del popolo palestinese” (par. 279).

L’attuale politica dell’UE riguardo ai prodotti provenienti dagli insediamenti è chiaramente inadeguata alla luce di tali obblighi. Le misure dell’UE volte a escludere tali prodotti dal trattamento tariffario preferenziale e a garantire la corretta etichettatura non costituiscono chiaramente iniziative volte a impedire il commercio con gli insediamenti illegali. Al contrario, sono concepite per consentire la prosecuzione di tali scambi commerciali, che contribuiscono a rendere sostenibile una situazione illegale. Sebbene recenti rapporti evidenzino anche significative carenze nell’attuazione dell’attuale sistema di differenziazione dell’UE, osserviamo che il problema risiede nella politica stessa, che, anche se applicata alla lettera, non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare gli obblighi dell’UE ai sensi del diritto internazionale, come stabilito dalla CIG.

Inoltre, Israele compensa le imprese degli insediamenti che esportano verso l’UE per la differenza tariffaria, annullando l’effetto della politica attuale dell’UE anche se applicata perfettamente. Questi pagamenti compensativi probabilmente compenserebbero o ridurrebbero anche l’impatto di eventuali aumenti delle tariffe dell’UE, a meno che non si arrivi a un divieto totale. Inoltre, la riscossione delle tariffe comporterebbe che l’UE tragga profitto dall’occupazione illegittima di Israele, dagli insediamenti illegali e dai relativi abusi

Secondo tutte le stime disponibili, le importazioni dell’UE dagli insediamenti israeliani illegali nel Territorio Palestinese Occupato superano di gran lunga le importazioni provenienti dagli stessi palestinesi, e tale commercio avviene senza il consenso palestinese.

Gli insediamenti sono manifestamente illegali ai sensi del diritto internazionale e tutti gli Stati membri dell’UE li hanno ripetutamente condannati come tali. Essi sono il risultato del trasferimento di popolazione civile da parte di una potenza occupante verso un territorio occupato, pratica vietata dalla Quarta Convenzione di Ginevra e che, secondo lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, costituisce un crimine di guerra.

Per tutte le ragioni sopra esposte, è evidente che l’attuale rapporto commerciale dell’UE con il territorio occupato da Israele dal 1967 non è conforme al diritto internazionale e, di fatto, contribuisce “al mantenimento della situazione illegale creata da Israele”, in violazione degli obblighi individuati dalla CIG, alimentando violazioni dei diritti umani che l’UE condanna regolarmente.

Ai sensi degli articoli 3, paragrafo 5, e 21 del TUE e della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, l’UE deve rispettare il diritto internazionale e garantire che la propria azione esterna, compresa la politica commerciale, sia coerente con esso.

Pertanto, la Commissione ha il dovere di proporre un regolamento ai sensi dell’articolo 207 del TFUE per interrompere il commercio con gli insediamenti illegali. Ciò si applica non solo ai beni provenienti dagli insediamenti, ma anche ai servizi.

Si osserva che l’UE ha già fatto ricorso in passato l’articolo 207 del TFUE, tra l’altro, per vietare l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato e di prodotti utilizzati per la tortura, nonché per limitare il commercio di minerali provenienti da zone di conflitto, al fine di allineare la propria politica commerciale ai propri principi. Inoltre, il servizio giuridico del Consiglio ha riconosciuto che misure volte a limitare il commercio con gli insediamenti illegali israeliani potrebbero essere adottate sulla stessa base giuridica. La stessa logica deve essere applicata al commercio con gli insediamenti illegali israeliani.

Qualora la Commissione rifiutasse di proporre tale misura ai sensi dell’articolo 207, incoraggiamo gli Stati membri a prendere in considerazione un ricorso dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea per garantire il rispetto del diritto dell’UE e del diritto internazionale.

Di fronte all’intensificazione delle violazioni israeliane contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, anche attraverso la dilagante violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, l’Unione europea deve dare prova di leadership morale iniziando dal vietare il commercio che contribuisce all’impresa illegale degli insediamenti israeliani.

Siamo pronti a discutere con voi queste urgenti questioni.

  1. 11.11.11
  2. ABVV-FGTB
  3. ACAT Belgium
  4. Acat Italia
  5. ACAT-France
  6. ACT Alliance EU
  7. ActionAid International
  8. ACV-CSC Belgium
  9. Amnesty International
  10. Avaaz
  11. Avocats Sans Frontières
  12. Broederlijk Delen
  13. Christian Aid Ireland
  14. Christians for the Abolition of Torture-Spain/Catalonia
  15. CIDSE – International Family of Catholic Social Justice Organisations
  16. CNCD-11.11.11
  17. Comhlámh
  18. Comité Pour Une Paix Juste Au Proche-Orient
  19. Confederación Intersindical Galega
  20. Confederación Sindical de Comisiones Obreras (CCOO Spain)
  21. COSPE
  22. Danes je nov dan
  23. Danish Church Aid (DCA)
  24. Ekō
  25. ELA
  26. Entraide et Fraternité
  27. EuroMed Rights
  28. European Middle East Project (EuMEP)
  29. European Trade Union Network for Justice in Palestine
  30. Focus Association for Sustainable Development
  31. Gibanje za pravice Palestincev
  32. Human Rights Watch
  33. Humanitas – Centre for Global Education and Cooperation
  34. International Federation for Human Rights (FIDH)
  35. La Coordinadora de Organizaciones para el Desarrollo – España
  36. LAB Sindikatua
  37. NOVACT
  38. Olof Palme International Center
  39. Oxfam
  40. PAX
  41. Pax Christi Flanders (Belgium)
  42. Pax Christi International
  43. PIC – Legal Center for the Protection of Human Rights and the Environment
  44. Platform of French NGO for Palestine
  45. Pravna mreža za varstvo demokracije
  46. Sadaka-The Ireland Palestine Alliance
  47. Sindikat Mladi plus (Trade Union Youth Plus)
  48. Slovene PEN Centre
  49. Slovenian Union of Journalists
  50. SOLIDAR
  51. Solsoc
  52. The Centre for Research on Multinational Corporations (SOMO)
  53. The Good Lobby
  54. The Rights Forum
  55. United Against Inhumanity (UAI)

 

Qui il comunicato in originale.

Di seguito la lettera in originale:  20260622Letter to CoC on trade ban Art. 207

 

 

 

 

Firenze, 30.06.26