Slovenia: revoca del diritto di voto locale ai cittadini di paesi terzi
Dalla Slovenia, la notizia della revoca del diritto di voto ai cittadini di paesi terzi (non UE) residenti permanenti, è un pessimo segnale. Il segnale che il modello democratico che si sta diffondendo all’interno dell’Unione europea, è un modello rigido, non inclusivo, che nega la partecipazione e la voce a una parte consistente della comunità. “Questa risoluzione rappresenta un più ampio indebolimento della partecipazione politica – commenta Sonila Tafili, responsabile COSPE del progetto EMV-LII che promuove e sostiene la partecipazione dei cittadini stranieri alla vita politica e pubblica dei paesi europei. È una notizia molto preoccupante, che aggiunge ulteriori restrizioni ai diritti delle persone migranti in Europa e apre la strada ad altri paesi a fare la stessa cosa”. Di seguito un estratto del comunicato che ci arriva dal “Peace Institute” sloveno, partner del progetto EMV-LII Empowering Migrants Voices for inclusion and integration, che su questi temi lavora, preoccupati da questa deriva.
L’Assemblea nazionale slovena, il 15 giugno scorso, ha adottato modifiche alla Legge sulle elezioni locali che, tra le altre cose, revocano il diritto di voto alle elezioni locali ai cittadini dei paesi terzi, cioè cittadini non UE, titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo in Slovenia.
Rispetto ad altri paesi europei, il sistema sloveno è già stato relativamente restrittivo prevedendo solo il voto attivo, ma è stato comunque considerato un esempio di buona pratica nel campo delle politiche di integrazione.
Durante la fase conclusiva dei negoziati di adesione all’Unione europea, la Slovenia, in quanto giovane Stato, cercò di dimostrare di essere democratica, solidale e allineata ai valori europei. Nel maggio 2002, il governo di Janez Drnovšek estese il diritto di voto locale agli stranieri con residenza permanente nell’ambito di un più ampio pacchetto di riforme democratiche.
Queste persone vivono nel paese da molti anni, lavorano, pagano le tasse, crescono i loro figli, contribuiscono alle comunità locali e costituiscono parte integrante della società slovena.
L’emendamento è controverso perché limita i diritti politici di un gruppo di residenti che aveva acquisito tali diritti oltre vent’anni fa.
La rimozione del diritto di voto priverà circa 100.000 persone della possibilità di partecipare alle elezioni, rendendo questa una delle più ampie restrizioni alla partecipazione politica in Slovenia dall’indipendenza. Trasforma il diritto di voto in uno strumento politico — forse una soluzione rapida pensata per “rassicurare” l’opinione pubblica in un periodo di crescente incertezza globale e aumento del costo della vita. Ancora una volta, gli stranieri diventano un comodo capro espiatorio per distogliere l’attenzione dalle molte sfide che riguardano il governo locale.
In questo contesto, resta da chiedersi se i promotori di questa misura abbiano sottratto il diritto di voto anche ad alcune delle stesse persone che li avevano sostenuti nelle precedenti elezioni locali.
Il diritto di voto è uno dei pilastri fondamentali della democrazia, basato sul principio secondo cui le persone che vivono in una determinata comunità dovrebbero poter partecipare alle decisioni che incidono sulla loro vita quotidiana.
I diritti di voto non sono un privilegio, ma un meccanismo di inclusione e partecipazione politica per persone legate stabilmente al luogo in cui vivono. Non si tratta solo di una questione tecnica: riguarda il senso di appartenenza e la coesione sociale.
È paradossale aspettarsi che le persone migranti si integrino in un nuovo ambiente privandole, al tempo stesso, della possibilità di partecipare alle decisioni della comunità di cui ci si aspetta che diventino parte.
In Europa
I diritti di voto nelle elezioni locali per i cittadini di paesi terzi non rappresentano un’eccezione. Diverse forme di tali diritti sono riconosciute dalla maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea. In Svezia, Danimarca, Portogallo e Lituania, gli stranieri possono esercitarli dopo tre anni di residenza legale; in Finlandia dopo quattro anni; in Belgio, nei Paesi Bassi e in Ungheria dopo cinque anni. Non si tratta di una peculiarità marginale, ma di una pratica europea consolidata.
In Lussemburgo, dove il voto è obbligatorio, non sono previsti requisiti minimi di residenza: i cittadini stranieri acquisiscono il diritto di voto registrandosi nelle liste elettorali. Un sistema simile esiste in Irlanda, dove tutti i residenti, indipendentemente dalla cittadinanza, hanno il diritto di votare alle elezioni locali.
La partecipazione non richiede la residenza permanente né molti anni di permanenza nel paese: è sufficiente vivere nella comunità locale, avere almeno 18 anni ed essere iscritti nelle liste elettorali.
Estonia e Lituania introdussero misure simili nello stesso anno. All’epoca, i sostenitori della riforma la presentarono come uno standard democratico e come parte dell’allineamento della Slovenia alle norme politiche europee.
I paesi che non concedono ancora il diritto di voto ai cittadini di paesi terzi, o che lo limitano, hanno sviluppato altri meccanismi di inclusione politica. In Austria, Germania, Italia e Grecia, dove gli stranieri non hanno diritto di voto, consigli dei migranti, commissioni per l’integrazione e altri organismi consultivi offrono una rappresentanza istituzionale alle comunità migranti e favoriscono il dialogo con le autorità locali.
Sebbene tali meccanismi non sostituiscano il diritto di voto, costituiscono canali importanti attraverso i quali le persone migranti possono partecipare alla definizione delle politiche locali e delle decisioni che incidono sulla loro vita quotidiana. Organismi consultivi esistono anche in Lussemburgo, Belgio, Spagna e Paesi Bassi, pur trattandosi di paesi che consentono agli stranieri di esercitare il diritto di voto a livello locale a determinate condizioni.
La Germania, che non concede il diritto di voto ai cittadini di paesi terzi e al tempo stesso presenta una quota elevata di residenti con background migratorio, nel giugno 2024 ha semplificato l’accesso alla cittadinanza tedesca. Invece di restringere i diritti politici, ha scelto un approccio inclusivo: facilitare la naturalizzazione e ampliare così l’accesso alla piena partecipazione politica, incluso il suffragio universale.
Le richieste
Ci opponiamo fermamente alle modifiche alla Legge sulle elezioni locali che revocano il diritto di voto locale ai cittadini di paesi terzi. Chiediamo che le modifiche proposte siano valutate rispetto alla loro compatibilità con la Costituzione della Repubblica di Slovenia.
Esortiamo il governo a riconoscere le opportunità legate al rafforzamento dell’inclusione e della partecipazione politica di tutti i residenti della Repubblica di Slovenia. Allo stesso tempo, sottolineiamo che, accanto al diritto di voto, devono essere rafforzate anche altre forme di partecipazione dei residenti stranieri ai processi democratici. Ciò include la semplificazione delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza e l’istituzione, a livello locale, di consigli comunali per l’inclusione delle persone immigrate.
La Slovenia è stata costruita non solo dai suoi cittadini, ma anche da generazioni di persone arrivate da altre parti dell’ex Jugoslavia e che qui hanno costruito la propria vita. Molte delle persone interessate dalle modifiche proposte hanno contribuito per decenni alla società, all’economia e alle comunità locali slovene.
Una democrazia sicura di sé amplia la partecipazione e l’inclusione; non le restringe. Escludere i residenti di lungo periodo dalla vita democratica locale invia il messaggio che contributo, appartenenza e partecipazione contano meno dello status formale.
Non è un percorso verso una democrazia più forte, ma verso una società più divisa.
I diritti politici appartengono anche alle persone che vivono stabilmente in una comunità, anche se non ne sono cittadine. Le democrazie moderne si fondano non solo sul principio di maggioranza, ma anche sulla tutela delle minoranze, sul rispetto dei diritti umani, sui limiti costituzionali al potere e sull’inclusione dei gruppi privi di influenza politica.
Nei sistemi democratici, la questione non è soltanto chi vince le elezioni, ma anche chi viene incluso fin dall’inizio nella comunità politica. È in gioco una domanda fondamentale: la Repubblica di Slovenia considera i cittadini stranieri con residenza permanente membri pari delle comunità locali in cui vivono?
La questione, dunque, non è soltanto a chi oggi sia stata tolta la voce. La vera domanda è quale tipo di democrazia vogliamo costruire: una democrazia che include le persone e ne incoraggia la partecipazione alla vita pubblica, oppure una democrazia che nega voce politica a una parte della popolazione nonostante viva, lavori e contribuisca allo sviluppo delle comunità che considera casa propria.
Firenze, 18.06.26






