Afghanistan: controlli, perquisizioni, umiliazioni. L’inferno infinito delle donne sotto il regime Talebano
Afghanistan: controlli, perquisizioni, umiliazioni. L’inferno infinito delle donne sotto il regime Talebano.
Sediqa Darwishi – Presidente Hawca
Vi scrivo per informarvi della situazione in cui viviamo. Negli ultimi giorni, in Afghanistan la pressione e le restrizioni nei confronti delle donne e delle ragazze si è incredibilmente intensificata: sono aumentate le misure di sorveglianza, le limitazioni alla libertà di movimento e sono aumentati gli arresti. La crescente presenza delle forze di sicurezza sta creando un clima diffuso di paura e incertezza in tutta la popolazione. Per molte donne, la vita quotidiana è diventata sempre più difficile e diventa difficile anche solo immaginarsi prospettive future.
Cosa è successo? All’inizio di giugno, alcuni funzionari del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio nella provincia di Herat hanno annunciato un’applicazione più rigida delle norme sull’abbigliamento femminile: è stato richiesto alle donne di indossare capi ritenuti conformi dalle autorità, tra cui il chadari, o velo integrale, e il chador da preghiera. È stato inoltre dichiarato che le donne che non avrebbero seguito queste indicazioni avrebbero potuto essere arrestate e incarcerate.
Da quel momento in poi a Herat le pattuglie della polizia morale sono aumentate: numerose testimonianze ci dicono che alcune donne sarebbero state fermate anche quando indossavano un hijab islamico completo, solo perché prive di chadari o chador da preghiera. Dalle informazioni raccolte emerge che diverse donne avrebbero subito trattamenti umilianti, pressioni psicologiche e controlli dei propri telefoni cellulari.
Secondo fonti locali, queste misure avrebbero colpito soprattutto le donne delle comunità hazara e sciite. In seguito agli arresti avvenuti a Herat, ci sono state anche numerose manifestazioni nell’area di Jebrail, dove la maggioranza dei residenti appartiene alla comunità hazara, per chiedere la fine degli arresti e di questi trattamenti repressivi nei confronti delle donne.
L’8 e il 9 giugno le proteste si sono estese e hanno visto la partecipazione di donne, uomini e bambini. Stando alle segnalazioni disponibili, le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso alla forza per disperdere i manifestanti, causando vittime e feriti, che non si sarebbero rivolti alle strutture sanitarie per paura di essere arrestati o segnalati.
Venerdì scorso (12 giugno) si è svolta un’ulteriore protesta a Herat, con un corteo partito dalla Grande Moschea della città e diretto verso la sede del governo provinciale. Fonti locali riferiscono che, nei giorni precedenti, le autorità avevano incontrato gli anziani della comunità, avvertendo che qualsiasi manifestazione pubblica sarebbe stata repressa. Nonostante questi avvertimenti, la protesta ha avuto luogo e sono stati segnalati nuovi arresti.
Secondo alcune testimonianze dirette sappiamo che un insegnante a Herat è stato arrestato (e tuttora risulta scomparso) perché sul telefono è stato trovato il numero di una testata internazionale e un messaggio vocale, una ragazza al terzo mese di gravidanza arrestata e tenuta in stato fermo nonostante una forte emorragia.
Queste sono solo alcune delle storie che siamo riusciti a documentare. A causa delle ampie restrizioni imposte ai media e alla libertà di espressione pubblica, ottenere informazioni indipendenti resta estremamente difficile. Molte donne e ragazze non sono disposte a raccontare le proprie esperienze, per paura, pressione sociale e timori legati alla sicurezza. Di conseguenza, la reale portata della situazione potrebbe essere molto più ampia di quanto sia attualmente possibile documentare.
Anche a Kabul, negli ultimi giorni, la repressione si sente più forte e le pattuglie della polizia morale sono aumentate in modo significativo: intimidazioni, arresti e controlli dei telefoni delle donne sono diventati sempre più frequenti. In alcuni casi, sarebbero state esaminate fotografie personali e familiari archiviate sui dispositivi, e le donne sarebbero state avvertite che immagini considerate “non conformi agli standard ufficiali” avrebbero potuto comportare ulteriori conseguenze.
Alla luce delle circostanze attuali e per garantire la sicurezza delle nostre studentesse e dei nostri insegnanti, siamo stati costretti a sospendere temporaneamente le attività educative e a chiudere il nostro ufficio. È stata una decisione estremamente difficile per le studentesse. Molte ragazze hanno pianto, molto preoccupate per il loro futuro. Noi speriamo che si tratti di una sospensione è temporanea e di poter riprendere le lezioni non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.
Oggi più che mai, paura incertezza e ansia segnano la vita di donne e ragazze in Afghanistan. Nonostante queste immense difficoltà, molte continuano ad aggrapparsi alla speranza e a rivendicare il proprio diritto all’istruzione, alla dignità e a un futuro migliore.
Firenze, 17.06.26






