Bolivia: come siamo arrivati a questo? Il racconto del nostro cooperante

In queste ultime settimane si è scritto e detto molto sulla questione politica in Bolivia, notizie di un colpo di Staro e/o di una rivolta, notizie di violenza, terrorismo e quant’altro. Quando si parla di eventi sociali e politici di luoghi lontani è spesso difficile guardare oltre all’idea pre costituita a volte “romantica”… ma dobbiamo avere l’onestà intellettuale di andare un po’ oltre a quello che vogliamo sentire e vedere su una data questione. 

Da La Paz, il nostro cooperante Antonio Lopez y Royo

Riguardo la situazione boliviana, senza dubbio per molti anni la figura dell’ex presidente Evo Morales è stata vista un po’ in tutto il mondo sotto l’ottica benevola di una certa immagine stereotipata che si è fatta strada per un po’ di anni tra vari intellettuali soprattutto di una parte della “sinistra europea” e “sud americana”.

Senza dubbio durante i primi mandati di governo il presidente Evo Morales e il suo partito MAS, molto ha fatto per le differenze sociali e di classe in Bolivia, i dati economici molto positivi delle nazionalizzazione di alcune risorse primarie raccontano di una nazione a una crescita tra le più alte della regione, lo stesso dicasi su quelli sulla lotta alla povertà estrema e su nuove politiche ambientali, basate sulle culture indigene locali. Tutto questo ha fatto ben sperare in un progresso sostenibile. Purtroppo, come esperienza ci insegna, il potere, l’attaccamento per diversi anni alle poltrone, il sistema che si viene a creare quando si governa per quasi 14 anni consecutivi, apre le porte a spettri troppo spesso in agguato anche dietro le migliori intenzioni.

Prima di arrivare alle ultime vicende elettorali e di protesta è importante domandarsi perché una buona parte della popolazione boliviana negli ultimi 5 anni ha iniziato ad opporsi o per lo meno a sentirsi a disagio con le politiche di un governo con risultati, soprattutto economici e sociali cosi positivi: con gli anni sono emerse numerose contraddizioni e si è creato un sistema, che si può definire per lo meno opaco sotto molti punti di vista. La fondamentale divisione, in un paese democratico, tra i vari poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, aggiungendo anche quello della comunicazione e informazione, è stato in troppe occasioni violato (basta fare una analisi di alcune sentenze soprattutto costituzionali ma anche penali degli ultimi anni), molti giornalisti e oppositori politici sono stati perseguiti, nel solo 2018 l’osservatorio boliviano per i diritti umani ne ha calcolati almeno 110. I casi di corruzione sono aumentati vertiginosamente in pochi anni, una lista molto lunga ma con alcuni casi che vale la pena citarne per dare la possibilità di approfondire (caso Enabol, caso impresa costruttrice dell’esercito, contratto Autored, Industria Enatex, Firma Corsan Corviam, Fondo Indigena, Quiborax, caso Zapata, e ancora innumerevoli infrastrutture con costi molto spesso elevati in comparazione con progetti similari, ecc.), un apparato pubblico ormai da anni soggetto a  criteri di partitocrazia, casi che stanno emergendo nelle ultime settimane ma che erano già di pubblico dominio: casi di presunte minacce di dirigenti per obbligare i funzionari a sfilare e manifestare sempre per il partito di governo, obbligo in alcuni periodi per i funzionari pubblici di pagare quote dal proprio salario per eventi del partito di governo e altre situazioni simili alle descritte. Anche dal punto di vista delle politiche ambientali e di protezione delle popolazioni originarie l’inversione di tendenza è stata drastica, fra i vari casi ricordiamo il caso della costruzione di una strada nel parco TIPNIS, o il progetto idroelettrico del Bala, ma anche le numerose autorizzazioni del governo per uso di risorse in diverse zone protette (come in Tariquia), fino ad arrivare all’uso di soia transgenica e agli ultimi eventi che hanno devastato con il fuco zone amazzoniche come la Chiquitania, fuoco autorizzato come metodo per l’ampliazione di terre coltivabili e per i pascoli, il tutto autorizzato dal governo con il Decreto Supremo 26075 del luglio del 2019. Per finire anche i dati economici hanno iniziato a preoccupare i boliviani infatti ad oggi il debito esterno boliviano è arrivato a 10.187 milioni di dollari, che rappresenta il 23.3% sul prodotto interno lordo, dato preoccupante visto il contesto locale e regionale.

In questo contesto si arriva alla questione elettorale. Per capire il contesto elettorale iniziamo dalla Costituzione (nuova Costituzione) boliviana voluta fortemente e approvata nel 2008 dallo stesso partito di Evo Morales. L’Art. 169 della Costituzione boliviana, dice testualmente che alla carica di presidenza e vice presidenza ci si può candidare solo una volta di forma continua. Durando la carica 5 anni e facendo i calcoli del caso, arriviamo ad un limite di 10 anni. Evo Morales, ad oggi, contava già 14 anni al potere e per potersi candidare di nuovo alle elezioni del 20 di ottobre 2019, ha indetto un referendum il 21 febbraio del 2016 dove si chiedeva di annullare l’articolo 169 del Costituzione. Come risultato del referendum, il 51,3 % della popolazione ha votato contro questa proposta. L’anno successivo il Tribunale Costituzionale ha abilitato ugualmente la sua candidatura affermando che secondo la convenzione americana sui diritti umani è un diritto umano ricandidarsi quante volte si desidera, aprendo in questo modo la strada ai prossimi 5 anni di governo arrivano potenzialmente a 19/20 anni al potere.

Arriviamo finalmente al 20 di ottobre 2019 con un tribunale eletto solamente dal partito di maggioranza che ha dimostrato gravi irregolarità in questi ultimi due anni. Iniziato il conteggio dei voti, la sera del 20 di ottobre sono stati resi pubblici i primi risultati del conteggio rapido all’83% dello sfoglio e Morales aveva il 45% delle preferenze e Mesa (candidato oppositore il 38%). Per analizzare questi dati consideriamo che secondo la normativa boliviana vince il candidato che alle elezioni superi il 50% dei voti o superi il 40% con 10 punti percentuali di vantaggio sul secondo candidato, caso contrario si andrebbe al ballottaggio. Caso quest’ultimo scontato con i dati all’83% (che considerava le città e le comunità rurali come confermato dall’impresa responsabile del servizio statistico). Nel caso del ballottaggio tutti gli studi statistici davano per vincitore Carlos Mesa.

Stranamente si è sospesa l’’informazione del conteggio per 24 ore, nel frattempo gli osservatori internazionali fanno sapere con un comunicato la loro forte preoccupazione su quanto stava accadendo. Dopo 24 ore si diffondono i dati ufficiali, ben diversi dalla tendenza presentata dai primi dati, e miracolosamente Morales ottiene la maggioranza assoluta nel parlamento e più del 10% di distacco.

Da questo momento la situazione è precipitata, anche movimenti sociali e indigeni che normalmente appoggiavano il governo si sono spaccati in due o nella loro totalità hanno abbondato il MAS e abbracciato le iniziative delle opposizioni, la CSUTB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), parte dei “Ponchos rojos” compaiono accanto al presidente civico, Camacho, di Santa Cruz, la Central Obrera boliviana prima si divide e poi nella totalità consiglia le dimissioni del presidente, los ayllus (le comunità andine), buona parte dei popoli indigeni e i sindacati si esprimono in buon numero contro quanto accaduto. Parallelamente associazioni professionali (come quella degli avvocati), gruppi di informatici, gruppi della società civile, partiti di opposizione presentano oltre 1000 prove di illegalità elettorali. Il governo visto la difficile situazione e le forti ma ancora pacifiche proteste, chiama ad una valutazione delle elezioni i tecnici dell’organizzazione di Stati Americani. La missione, dopo la visita e il lavoro in Bolivia, conferma le gravi irregolarità.

Alla luce del responso negativo Evo Morales accusa anche i tecnici internazionali da lui stesso chiamati e chiama i suoi sostenitori a difenderlo. Poche ore dopo la casa di una giornalista, Casmira Lema, è stata incendiata, come anche la casa del rettore dell’Università pubblica UMSA, Waldo Albarrancin Sanchez, e sono iniziati gravissimi atti di saccheggio della città di La Paz (sede del governo) come l’incendio di quasi tutti gli autobus pubblici della città.

A questo punto la polizia boliviana si ribella al governo e pacificamente si ritira nelle caserme per non opporsi ai manifestanti dell’opposizione e ore dopo anche l’esercito si schiera consigliando al presidente di lasciare il potere. Evo Morales dopo essersi rifugiato nel Chapare (zona di grande produzione di cocaina legata storicamente a Evo Morales), riceve asilo politico in Messico. Uscito dal Paese Evo Morales molti ministri e parlamentari si dimettono e alcuni chiedono asilo in varie ambasciate. Seguendo la norma costituzionale si è proceduto a nominare un presidente costituzionale e secondo la linea dettata dalla norma la presidenza è passata a Jeanine Anez (di un partito dell’opposizione), scopo del governo di transizione traghettare il Paese a nuove elezioni.

Le prime settimana del nuovo governo sono state caratterizzare da forti proteste dei sostenitori del MAS, atti di violenza dove manifestanti hanno fatto esplodere dinamite e danneggiato diversi edifici. Attorno alla città di La Paz si sono creati blocchi per impedire l’ingresso di alimenti e benzina e per rispondere a queste gravi proteste purtroppo non è mancato l’uso della forza da parte di militari, anche qui con diverse versioni dei fatti che sostengono i manifestanti e altre che sostengono l’uso necessario della forza, eventi da analizzare con attenzione nei prossimi giorni.

Ad oggi il Paese cerca di pacificarsi ma la versione del colpo di Stato si è ridotta notevolmente in quanto: già il secondo giorno di governo sono stati cambiati tutti gli alti comandanti dell’esercito (accusati del colpo di Stato), il Parlamento continua a funzionare e il MAS mantiene la maggioranza non essendone stata alterata la conformazione, anche i presidenti sono del MAS.; lo stesso parlamento ha dichiarato nulle le ultime elezioni ed ha iniziato il processo per chiamare a nuove elezioni; l’organizzazione degli Stati Americani ha appoggiato il nuovo governo tecnico (a parte poche eccezioni); si è garantito il diritto di manifestare a tutti i sostenitori del MAS, a parte alcuni casi di violenza. Elementi questi che quanto meno ci possono far definire il “colpo di Stato” anomalo.

Il processo di pacificazione ancora è agli inizi ed è fragile, ci auguriamo che il dialogo porti presto a nuove elezioni libere e democratiche per formare un nuovo governo che rappresenti la volontà dei boliviani. Ci auguriamo che queste informazioni servano a rendere il quadro boliviano un po’ più chiaro anche se tanti altri eventi e norme sono state omesse ma che ci proponiamo di analizzare in futuro, come la questione dell’industrializzazione del litio, la rivolta dei minatori di Potosi contro il governo di Morales terminata con alcuni morti, e considerazioni sui possibili scenari futuri tra speranza e paura di nuove forze politiche (anche estreme).

 25 novembre, 2019 Antonio Lopez y Royo