Libano: “Si chiamava Alaa Abou-Fakher”. Il primo martire della rivoluzione.

Dopo qualche giorno di quiete tornano gli aggiornamenti da Beirut dal nostro cooperante Federico Saracini sulle proteste in corso in Libano e il racconto della loro evoluzione.

Beirut, 12.11.2019

Si chiamava Alaa Abu-Fakher, un membro del Partito Socialista Progressista (PSP). Un nome come tanti, un attivista come tanti, ma che da oggi verrà ricordato come la prima vittima libanese della Rivoluzione. Purtroppo, in realtà c’erano già state  due vittime: due migranti siriani, morti nella prima notte di proteste, asfissiati dal fumo nero di un incendio appiccato dai manifestanti proprio sotto all’immobile che occupavano. Ma di loro poco rimane, se non un paio di candele accese di fronte al luogo dell’incidente lasciate da qualche amico o passante sensibile.

Intanto oggi, al ventisettesimo giorno dall’inizio delle proteste – quando ancora si bruciavano gomme e spaccavano vetrine – e al quattordicesimo dalle dimissioni del Primo Ministro Hariri – inizio della fase meno riottosa – ancora nulla di nuovo si era definitito all’orizzonte. Il silenzio era rotto dal solito ritornello “hela hela, hela hela ho…” nelle piazze e dal cacerolazo dai balconi dei palazzi di Beirut. Dalle sfilate degli studenti di fronte al Ministero dell’Educazione e da un sit in davanti alla Banca Centrale.

Si viveva in una situazione di stallo nella quale lo spettro maggiormente ricorrente nei discorsi della gente era la possibile bancarotta del Paese. Soprattutto considerando i recenti ratings delle agenzie internazionali, che dall’inizio delle manifestazioni erano passati da un B- di Standards & Poor’s (24/10) – già di per sé non entusiasmante – ad un ben meno ridente Caa2 di Moody’s (5/11). Per capirci, si era entrati nella fase di rischio sostanziale secondo le tabelle delle agenzie, a due soli gradi dal fallimento.

Poi il Presidente Aoun è tornato a parlare. Ma per non dire nulla di nuovo, salvo che “ci vorrà tempo per proporre un governo […] e che se alla gente questo non va, che emigrino pure all’estero (!)” – che sa molto di “se il popolo non ha il pane, che mangi brioches” (Regina Maria Antonietta, Francia, 1789). E mentre Nasrallah (leader di Hezbollah) continuava a chiamare in causa un presunto complotto USA per bloccare gli investimenti cinesi in Libano; e mentre il popolo riprendeva a manifestare un po’ meno garbatamente viste le offese presidenziali, è arrivata la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere: c’è stato il morto.

In una serata in cui la gente stava rioccupando le strade – l’unica forma di disobbedienza civile che davvero riesce a produrre dei risultati in un Paese fondato sul trasporto su gomma – da Khaldeh, poco fuori Beirut, appena dopo l’aeroporto, la notizia si è velocemente sparsa su tutti i social e media libanesi. Mentre Alaa cercava di bloccare l’autostrada insieme a un gruppo di altre persone, un soldato al volante di un 4×4 bianco – dicono i testimoni – per forzare il blocco ha sporto una pistola fuori dal finestrino e gli ha sparato alla testa. Di fronte allo smarrimento generale, e pure di fronte alle forze armate presenti che non hanno mosso un dito (pare). L’esercito è riuscito in seguito a fermare il militare in fuga.

È appena successo ed è tutto ancora confuso. Domani potrebbe essere un giorno molto diverso dai precedenti 27. Purtroppo la rabbia, come l’acqua, trova sovente la sua via di sfogo. Io intanto chiudo la finestra e vado a dormire. Con la speranza che il sangue versato stanotte non porterà ad altro sangue domani.