Sudafrica: violenza contro immigrati e rifugiati africani

Da qualche mese si assiste a una recrudescenza di episodi razzisti contro gli immigrati in Sudafrica. Come in Italia il vero pericolo è l’incitamento all’odio da parte delle classi politiche.  Un ‘analisi del nostro responsabile migrazioni, Udo Enwereuzor. 

Il 1° settembre di questo anno ha visto il ripetersi di scene già viste più volte nel corso degli anni, a partire dal 2008, nei quartieri poveri di diverse città sudafricane: gruppi di 50-100 che persone assaltano, saccheggiano ed incendiano attività economiche ritenute di proprietà di immigrati africani e asiatici o presunti tali. Come in altre occasioni del passato recente, questa esplosione di violenza ha causato anche questa volta diversi morti, 11 in tutto, in diverse città del paese. Il tutto è iniziato nel distretto economico centrale della città di Johannesburg quando circa un centinaio di locali hanno assalito alcuni negozi di vendita a dettaglio di generi di prima necessità, portandosi via ogni genere di beni sugli scaffali dei negozi presi di mira. Presto, un gruppo distaccatosi dalla folla, ha preso di mira un rivenditore di macchine usate, incendiando tutte le auto esposte nel salone.

A distanza di tre giorni dall’inizio dei saccheggi e incendi dolosi, nel distretto di Alexandria (vecchio Township del regime dell’Apartheid), la polizia ha registrato 5 morti, quasi tutti sudafricani e ha arrestato 189 persone. Gli stranieri presi di mira hanno si sono lamentati sia del ritardo sia dell’inadeguatezza dell’intervento della polizia.

Come in episodi simili negli passati, è riesplosa la polemica su come qualificare questi atti vandalici. Alcuni esponenti politici nazionali come il Ministro per la Polizia del paese, ha reiterato l’opinione più volte espressa in passato, che si tratti di atti di criminalità comune e non invece manifestazioni di xenofobia nei confronti delle persone immigrate e rifugiate più povere provenienti da vari paesi africani, e dal Pakistan e dal Bangladesh. Il Presidente della Repubblica, Cyril Ramaphosa, ha definito le aggressioni come “atti criminali” che non possono essere giustificati in alcun modo e per nessuna ragione.

Altri esponenti politici in vista ma non facente parte del governo come il portavoce dell’ANC, il partito al potere, pur condannando le violenze contro persone e le loro proprietà senza mezzi termini, ha aggiunto che ci sono problemi di criminalità dovuti agli stranieri, in particolare lo spaccio di droga, per i quali c’è molta frustrazione in segmenti della popolazione autoctona nei quartieri poveri. Sostiene che i saccheggi dei negozi degli stranieri che sistematicamente accompagnano queste violenze sono opera di “criminali comuni” e “approfittatori” e non atti di xenofobia.

Le organizzazioni della società civile come Right2Know (che fa parte dell’African Solidarity Network) e il CoRMSA (Consorzio per i rifugiati e migranti in Sud Africa) affermano che quel che succede trae certamente origine dalla condizione di povertà, estrema disuguaglianza, elevata disoccupazione ma anche dall’incapacità del governo nel fornire i servizi basilari ai cittadini nei quartieri più poveri. Sostengono inoltre che per molto tempo la reazione delle autorità non è stata decisa, al punto che pochi autori delle violenze degli anni passati sono stati processati e condannati.

Le aggressioni di settembre hanno suscitato reazioni forti da diversi governi africani e dall’Unione africana ma anche dall’opinione pubblica nei paesi d’origine, reazioni che hanno indotto il governo Sudafricano a prendere posizioni di condanna più nette rispetto, ad esempio, ai violenti attacchi e saccheggi del 2015 che causarono ancora più morti fra gli immigrati e rifugiati.

Ma hanno anche indotto il governo ad inviare una delegazione in alcuni paesi di provenienza degli immigrati, per rassicurare i governi e l’opinione pubblica di tali paesi che lo Stato sudafricano farà tutto quello che è nel suo potere. Di particolare rilievo è stata la reazione del governo in Nigeria dove, dopo una forte presa di posizione del Ministro degli Esteri, una compagnia aerea nazionale privata, ha messo a disposizione due aerei per riportare a casa i nigeriani residenti in Sudafrica che non se la sentono più di restare a causa di questi incidenti che si ripetono negli anni. I due voli hanno riportato in Nigeria più di 400 persone, comprese famiglie con figli nati in Sudafrica che non erano mai stati in Nigeria prima.

In diversi paesi africani, ci sono state manifestazioni davanti alle ambasciate sudafricane alla notizia degli stranieri morti nel corso delle violenze, per chiedere interventi più decisi da parte del governo sudafricano per porvi fine. Non sono mancate gravi tentativi di incitare, tramite WhatsApp in particolare, ad ulteriori violenze nei confronti degli stranieri in Sudafrica, così come all’odio nei confronti di imprese e rappresentanze sudafricane in diversi paesi. Sono stati riproposti in Sudafrica, come relativi agli incidenti di settembre, vecchi video di vari esponenti del governo nazionale e delle province che incitavano a cacciare gli immigrati rifugiati africani, ascrivendo a loro la mancanza di lavoro per gli autoctoni e i problemi di spaccio di droga. In Nigeria, crude immagini di un attentato gravissimo di Boko Haram del 2014 ad Abuja, capitale del paese, è stato diffuso con l’indicazione che si trattava di un attentato contro l’ambasciata sudafricana ad Abuja, in rappresaglia degli attacchi contro gli stranieri. Fortunatamente, le reazioni dei governi e del web hanno prontamente svelato che si trattava di false notizie fatte circolare per innescare disordini o, peggio, pericolosi gesti emulativi.

Anche in occasione di queste ultime violenze, molte organizzazioni hanno denunciato la riluttanza delle autorità, (ad esempio il ministro per la polizia e il portavoce dell’ANC, il partito di maggioranza, entrambi citati sopra) nel qualificare queste aggressioni come atti di xenofobia. Esattamente quattro anni fa, nell’ottobre 2015, durante una missione di lavoro sulla condizione dei migranti e rifugiati nel paese, raccolsi denunce identiche da tutte le organizzazioni con le quali avevo parlato a Johannesburg e Città del Capo. In particolare, espressero preoccupazioni perché il rifiuto di riconoscere che queste violenze sono motivate da ostilità nei confronti di alcuni stranieri, impedisce di individuare misure appropriate per farvi fronte.

Secondo l’African Centre for Migration & Society (ACMS) che monitora le aggressioni contro gli stranieri in tutto il Sudafrica dal 1994, il numero di attacchi registrati nei primi nove mesi di quest’anno ha raggiunto quello registrato in tutto 2015 che, a sua volta, è stato l’anno con il secondo picco più alto dopo il 2008 che fu l’anno peggiore come numero di attaccati contro alcuni stranieri e le loro proprietà.

Sebbene gli atti incendiari e i saccheggi abbiano colpito anche negozi di alcuni autoctoni scambiati per stranieri, è fuori dubbio che i bersagli prescelti siano gli immigrati e rifugiati provenienti da altri paesi africani, dal Pakistan e dal Bangladesh, residenti nelle baraccopoli di lamiere o nei distretti più poveri delle grandi città. Come tali, queste aggressioni hanno un elemento di ostilità specifica, qualificabile come xenofobia, nei confronti dei loro bersagli.

Appare altrettanto indubbio che la disuguaglianza, la povertà e l’elevato tasso di disoccupazione che si vivono in quei quartieri poveri concorrono ad alimentare una reale o solo percepita competizione tra poveri per servizi ed opportunità largamente insufficienti, che finisce per sfociare in violenze contro i più vicini e più deboli. Il saccheggio di piccoli negozi al dettaglio, anche di generi alimentari, che hanno accompagnato ciascuna di queste esplosioni di violenza, sta ad indicare che i fattori socio-economici giocano un ruolo fondamentale nella genesi di questa situazione.

Il concorso di tanti fattori nel determinare questa ricorrente esplosione di aggressioni a danno di immigrati e rifugiati stranieri poveri in varie parti del paese indica che la mera repressione delle violenze, certamente utile, non potrà comunque eliminare il problema alla radice. Da qui la necessità che le autorità migliorino la comprensione del fenomeno al fine di trovare soluzioni durature, cominciando col riconoscere l’esistenza del problema e attivando un sistema di monitoraggio e documentazione del fenomeno. Un efficace contrasto del problema richiederà il guadagnarsi la fiducia delle vittime delle violenze ed un coinvolgimento delle comunità bersagli degli attacchi.

Le comunità immigrate continuano a lamentare di non essere tutelate in modo adeguato dalla polizia che accusano di non reagire con tempestività alle loro segnalazioni pericolo imminente, intervenendo solo quando la situazione è già sfuggita di mano. L’Anti-Xenophobia Action South Africa (AXASA), un’iniziativa del South African World Council of Churches, conferma che la condotta della polizia in molti di questi incidenti è stata negligente, ritenendola causa della mancanza di fiducia nei confronti della polizia da parte delle vittime. Il responsabile di questo programma ci ha riferito dell’esperienza positiva di contrasto alle aggressioni e saccheggi realizzata a Soweto dopo i gravissimi fatti del 2008. Ritiene che tale esperienza offra un modello replicabile in molti quartieri che vivono tensioni simili. L’intervento a Soweto ha coinvolto l’ANC, gruppi giovanili, piccoli imprenditori stranieri e locali e ha portato all’avvio di apprendistato per giovani autoctoni presso negozi di stranieri e locali e alla fine del periodo, i giovani così formati sono stati aiutati ad avviare simili attività in proprio. Questo ha portato al superamento degli assalti e saccheggi dei negozi degli stranieri. L’AXASA ha promosso questo modello in altri quartieri a Johannesburg. Misure come queste hanno il pregio di creare legami duraturi e rafforzare la coesione nelle comunità locali.

Affinché riescano simili iniziative locali, è importante che la autorità affrontino il problema dell’incitamento all’odio nei confronti degli stranieri da parte di alcuni politici ed autorevoli figure pubbliche. Soffiare sulla fiamma dell’odio rischia d’innescare degli eventi a cascata che vadano ben oltre quel che possono immaginare gli autori, con gravi danni a persone e cose. L’elevato eco che le aggressioni di settembre hanno avuto in tanti paesi africani e le reazioni di alcuni governi dei paesi d’origine delle vittime, dimostrano che quel che succede agli stranieri nei quartieri poveri nelle città sudafricane, non sono semplici fatti criminali locali che esauriscono i propri effetti lì ma sono capaci di generare ulteriori violenze dentro e fuori il paese.

Udo C. Enwereuzor – Responsabile Migrazioni Minoranze e Diritti di Cittadinanza – COSPE.

Foto di  (C) Nena News –  http://nena-news.it