Libano: la rivoluzione dalla finestra. Un fantasma si aggira per la piazza

Continua il racconto del nostro cooperante Federico Saracini sulle proteste in corso in Libano. Un diario quotidiano, uno sguardo ravvicinato e partecipe di chi vive ogni giorno la situazione del paese.

Beirut, 22.10.2019

E mentre anche il sesto giorno di proteste scorre via tra danze, canti e cori contro gli ‘usurpatori al potere’, un elemento nuovo fa capolino tra la folla festante: i militari in pensione.

Il serpente senza testa espresso dall’unanimità della piazza ha mostrato, soprattutto dopo l’annuncio del Primo Ministro Hariri di avere stilato un piano per le riforme, una prima inadeguatezza ad affrontare il momento. Adesso il popolo, il serpente, ha bisogno di una testa per andare avanti, per appunto tenere ‘testa’ alle contromisure governative. Per trasformare la protesta in proposta.

A questo proposito pare sia stato creato un ‘Comitato di Coordinamento della Rivoluzione’. Giusto, alla fine serve un meccanismo di coordinamento delle diverse istanze. La società civile è rappresentata da una moltitudine di organizzazioni, non tutte con un progetto chiaro in mente. Si va da Beirut Al Madina, che raccoglie le proposte dei cittadini per poi vagliarle in un secondo momento, in un work in progress effettivamente un po’ caotico; al comitato dei Cittadini e Cittadine della Nazione, che invece racchiude il proprio pensiero in due punti programmatici essenziali: lo scioglimento del Governo attuale, con la conseguente creazione di un Governo provvisorio; e l’istituzione di un comitato per la Riforma Costituzionale che porti alla creazione di un sistema politico a-confessionale – ad oggi le alte cariche dello Stato sono ripartite su base religiosa tra Cristiano Maroniti (Presidente della Repubblica), Sunniti (Primo Ministro) e Sciiti (Presidente della Camera).

Insomma, in questo quadro torno a Piazza dei Martiri per vedere che aria tira e la prima cosa su cui mi cade l’occhio sono dei manifestini, non molti, non grandi – tipo A5 – ma appiccicati qua e là, in modo da farsi notare, ma non troppo. Perchè alla fine mi sa che ci si nota di più se si viene alla festa e si sta in disparte, piuttosto che non venire affatto (cit.). E allora dopo lunghe giornate nelle quali NESSUN simbolo di qualsivoglia parte era stato accettato dalla folla, oggi spunta fuori quello delle forze armate libanesi. Che fortunatamente qualche celere giovane si premura di staccare immediatamente dai muri. Ma niente, serve a poco se poi dal palco, appena fa sera, ti ritrovi come porta parola del ‘Comitato di Coordinamento della Rivoluzione’ un generale in pensione, tale Sami Rammal. Certo può essere un caso, non vuol dire niente. Sicuramente sarà persona degna e le sue rassicurazioni rispetto all’apertura totale del “comitato a qualsiasi gruppo di militanti, senza eccezioni, per la costituzione di un fronte unito” non può che essere di buon auspicio. Tuttavia esempi come l’Egitto, dove una rivoluzione dal basso ha poi portato all’ instaurazione di un regime forse anche peggiore del precedente, esistono e vanno tenuti ben presenti. Poi certo, il Libano non è l’Egitto ed esistono differenze culturali, sociali e quant’altro. Pur tuttavia al sottoscritto si è alzato istintivamente un sopracciglio. Come dicevo nel precedente dispaccio, staremo a vedere.

Certo sarebbe un peccato veder cadere i sogni di queste belle ragazze e ragazzi, a cui oggi è arrivato un segnale importante anche da un’istituzione come l’Università Americana di Beirut, i cui docenti e ricercatori si sono espressi per il sostegno indiretto alle proteste negando la ripresa delle attività curriculari. Un ritorno alla “normale routine sarebbe un ritorno ad una normalità in un contesto che è lontano dall’essere normale”, affermano in un comunicato. E insomma si va avanti con una sorta di sciopero generale. Scuole, Universita’, Banche.. tutto ancora chiuso per il terzo giorno di fila. Camminando verso downtown ho attraversato Hamra, quartiere internazionale per eccellenza di Beirut, e sembrava di stare in una città sotto assedio. Serrande tirate giù, poche auto (a Beirut!) e poche persone in giro.

Intanto continuiamo a goderci questa sorta di atmosfera da sagra di paese, dove i discendenti dei Fenici stanno dando prova di tutta la loro competenza in fatto di commerci. E mentre lassù in cima alla Statua dei Martiri un ragazzo sventola la bandiera nazionale e fa un segno di vittoria con l’altra mano, io raggiunto da un profumino di pane e sesamo tostati mi lascio andare al molto meno poetico richiamo del Kaak al formaggio. Che il popolo e la rivoluzione vanno bene, ma anche la pancia vuole la sua soddisfazione.