Libano: la rivoluzione dalla finestra. Il racconto del nostro cooperante

Dal nostro cooperante a Beirut, Federico Saracini, il racconto di 5 giorni di manifestazioni proteste: in piazza migliaia di cittadini a chiedere le dimissioni del governo. Grazie a Federico seguiremo le sorti di questa ennesima rivolta di un popolo stanco e deluso da istituzioni che non sanno rispondere alle necessità dei cittadini, dalla crisi dei rifiuti, ormai cronica, fino all’utilizzo di whatsapp, su cui il governo ha pensato di mettere una tassa…

Beirut, 21.10.2019

Cantano, danzano, sorridono al sole e baciati dal vento che tira dal mare. Certo bruciano anche gomme e spazzatura forzando blocchi stradali. Ma questo fa parte del gioco.

Cantano ‘freedom’ e ‘revolution’. Vogliono che i politici che hanno succhiato sangue al popolo e sostanze alle casse dello Stato si dimettano in massa.

Cantano ‘Bassil figlio di…”, “Hariri figlio di…”, Berri figlio di…”, “Joumblat figlio di…”… e stasera nemmeno Nasrallah è risparmiato: “Nasrallah uno di loro!”.

Una rivoluzione pacifica (finora) – a parte un paio di morti accidentali e qualche vetrina fracassata – nata una sera di ottobre, di un comune giovedì 17. Stretti dalla crisi economica, da uno Stato che non riesce nemmeno a rispondere decentemente a una crisi dei rifiuti prima, e ad una serie di incendi che hanno devastato le foreste dello Chouf poi, all’annuncio che il Governo avrebbe iniziato a tassare l’utilizzo di WhatsApp non ce l’hanno fatta più e sono scesi in piazza.

Sembra un niente, ma di fatto è il sistema più usato per comunicare, nel quadro di un duopolio di fatto di compagnie telefoniche locali che applicano tariffe esose. È stata la goccia. Di fronte a quello che è stato sentito come l’ennesimo inganno il popolo non poteva più tacere, starsene a casa. E così tutti in Piazza dei Martiri e su fino a Riad el Solh e di fronte al Grand Serail – il Palazzo del Governo. Ma non solo a Beirut. Stavolta si sono create manifestazioni spontanee anche a Saida, Tripoli, Tiro, Nabatieh, nella Bekaa, a Byblos… la lista è lunga. Un movimento trasversale che unisce tutti sotto un’unica bandiera: quella del Cedro del Libano.

Forse per la prima volta una rivolta non di parte, slegata da qualsiasi settarismo. Cristiani maroniti, Drusi, Sciiti e Sunniti, Atei, tutti insieme ad urlare il proprio sdegno. Chissá dove porterá questo tumulto, se davvero porterá da qualche parte. Oggi, dopo quattro giorni di proteste e serrate negoziazioni con i partners di Governo, il Primo Ministro Hariri ha dichiarato che sono pronti ad andare avanti con le riforme, anche grazie alla spinta della piazza. I primi commenti sono di insoddisfazione.

Parole, parole, come sempre e come in passato. Ma poi? Le faranno davvero? Nessuno sa cosa accadrá, ma tutti auspicavano  e auspicano una sola cosa: dimissioni. Di Hariri e dgli altri Ministri del Governo. Sembra veramente che i libanesi vogliano andare fino in fondo. Non si accontentano più di vie di mezzo e vorrebbero un governo di transizione, formato da tecnici.

Forse da quest’autunno caldo sorgerá veramente qualcosa di nuovo. Chissá. Intanto noi osserviamo il tutto dalla nostra finestra, testimoni neutrali di un ennesimo evento storico nel martoriato Libano contemporaneo.

Federico Saracini