Ecuador: il popolo ha vinto una battaglia ma non ha ancora ritrovato la pace.

Marce, scontri, scioperi: l’Ecuador dopo 15 giorni di manifestazioni contro il presidente Moreno e le misure economiche proposte dal governo, pare aver raggiunto una tregua. Ma non c’è da abbassare la guardia. Il resoconto delle giornate di scontri della nostra cooperante a Quito, Lorena Mongardini.  

Si può dire che il pueblo ecuadoriano, guidato dal movimento indigeno, abbia vinto una importante battaglia contro il paquetazo. Così viene chiamato il pacchetto di riforme e politiche economiche richieste dal Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito di 4,2 miliardi di dollari. Dopo 12 giorni di proteste che hanno bloccato il paese e che hanno messo a ferro e fuoco le strade di Quito, il governo ha fatto marcia indietro, derogando il decreto 883 che sanciva l’eliminazione del sussidio sui carburanti.

Le proteste erano iniziate il 3 ottobre con uno sciopero generale nel settore dei trasporti che aveva bloccato le principali vie di comunicazione del paese. Il giorno successivo mentre i dirigenti del settore negoziavano con il governo l’aumento delle tariffe e sospendevano lo sciopero, il malcontento si diffondeva: con manifestazioni di protesta in tutto il paese. Il movimento indigena si dichiarava in mobilizzazione permanente contro il decreto 883.

Migliaia di famiglie dalle comunità delle Ande e dell’Amazzonia si sono messe in marcia verso Quito. Famiglie: uomini, donne, bambini e anziani, perché nella cultura quichua la resistenza è una questione comunitaria. E proprio le donne hanno avuto un ruolo fondamentale in queste marce: elegantissime con l’abbigliamento tradizionale, portando in spalla i propri figli, hanno guidato i cortei più partecipati, pacifici e imponenti.

Ma considerarla solo una protesta indigena è riduttivo. Nelle città gli studenti, i lavoratori, i collettivi femministi e i partiti di sinistra, si sono uniti alle manifestazioni, soprattutto nelle principali città della sierra.

Per dodici giorni ci sono state imponenti manifestazioni in tutte le grandi città, le principali vie di comunicazione sono rimaste bloccate e così la maggior parte delle attività produttive. Le scuole sono state chiuse in tutto il paese. In molte città scarseggiava il carburante, mentre i prezzi nei mercati aumentavano e gli scaffali dei supermercati si svuotavano. Episodi come questi erano frequenti nell’Ecuador degli anni novanta e dei primi anni duemila. In quegli anni il malcontento popolare degli ecuadoriani è riuscito a far cadere ben tre presidenti. Tuttavia, erano più di dieci anni che non si vedevano proteste di questa entità.

Il governo a poche ore dall’inizio delle proteste ha dichiarato lo stato di eccezione e ha spostato la sede di governo a Guayaquil, storicamente un bastione della destra ecuadoriana e delle élite economica. Ha imposto il coprifuoco dalle 20 alle 5 nei pressi delle sedi delle istituzioni statali e delle infrastrutture strategiche e nel centro storico della capitale, dove si trova Palazzo Carondelet, la sede del governo, orma vuota.

La repressione delle proteste è stata violenta fin dall’inizio ed è cresciuta giorno dopo giorno: cariche a cavallo e in moto su manifestanti pacifici, manganellate e calci su manifestanti a terra, lanci di lacrimogeni ad altezza uomo, proiettili di gomma. Per bloccare i blindati, i manifestanti hanno costruito barricate con pietre e blocchi di cemento divelti dai marciapiedi, e incendiato rami di eucalipto, spazzatura e copertoni; ai lacrimogeni e ai proiettili di gomma rispondevano lanciando sassi e bastoni, mentre si difendevano con scudi di fortuna fatti di cartone, plastica o lamiera.

In più occasioni le cariche della polizia sono arrivate fino alle porte delle università, violando quelle che erano state dichiarate “Zone di pace e accoglienza umanitaria” dove si trovavano rifugiati donne, bambini, anziani e feriti.

Un episodio in particolare ha suscitato una grandissima rabbia e indignazione e ha portato a un’escalation di violenze. Venerdì 11 ottobre, nel pomeriggio, la polizia e i militari hanno attaccato con una pioggia di lacrimogeni migliaia di persone che si erano radunate pacificamente nei dintorni del parlamento: i manifestanti, guidati dalle donne appunto, avevano negoziato una tregua con la polizia, avevano cantato l’inno nazionale e si erano seduti per terra, si stavano riposando al sole, mentre i volontari distribuivano da mangiare. Perfino i poliziotti si erano tolti i caschi in segno di pace. Poi tre elicotteri sono atterrati sul tetto del parlamento, i manifestanti pensavano che fosse arrivato il presidente a dialogare, invece erano i rifornimenti per la polizia e l’esercito. Senza alcun preavviso e senza alcuna ragione, una pioggia di lacrimogeni è caduta sulla folla sorpresa e impaurita. È stata una vera e propria imboscata, un attacco vile e ingiustificato. E mentre la polizia attaccava i manifestanti pacifici, il presidente dichiarava in un messaggio alla nazione di essere aperto al dialogo.

Quella notte gli scontri non hanno avuto tregua. Dal mio appartamento a poche centinaia di metri della “zona rossa” si vedeva la nuvola di fumo dei gas lacrimogeni e delle barricate dei manifestanti, si sentivano le grida dei manifestanti, le sirene della polizia e delle ambulanze e le esplosioni dei gas lacrimogeni e di chissà cos’altro. Le strade erano diventate trincee, i parchi dell’Arbolito e dell’Ejido campi di battaglia.

Al mattino successivo, Quito è insorta: ci sono state manifestazioni e presidi spontanei in tutta la città, soprattutto nelle periferie e nei quartieri popolari. La situazione era talmente fuori controllo che il governo ha imposto un coprifuoco permanente in tutta la città. La città è stata militarizzata e nonostante questo, gli scontri sono continuati.

Alle 20.30 è scattato il cacerolazo: i quiteños hanno preso in mano pentole, coperchi, mestoli, e, affacciati alle finestre, in pigiama sul terrazzo o davanti al portone di casa, hanno iniziato a fare sentire la loro voce contro l’eliminazione del sussidio e contro il paquetazo. Poi il cacerolazo si è preso le piazze e le strade dei quartieri, incurante del coprifuoco, in una protesta pacifica e rumorosa che ha coinvolto tutta la città.

Domenica sera si è aperto finalmente il dialogo tra il governo e il movimento indigena, mediato dalle Nazioni Unite e dalla Conferenza Episcopale. Il dialogo, trasmesso parzialmente in diretta, ha portato alla deroga del decreto 883 e alla formazione di una commissione formata da rappresentanti del governo e del movimento indigena per scrivere un nuovo decreto. Ma le intenzioni del governo non sono affatto trasparenti.

Il bilancio di queste 12 giornate di lotta è durissimo. Secondo i dati diffusi dalla Defensoria del Pueblo ci sono stati 1192 detenuti (il 50% ha tra i 15 e i 24 anni), 1340 feriti e 8 morti, ma questi numeri potrebbero essere molto più alti. Le ONG a difesa dei diritti umani denunciano anche un centinaio di persone scomparse, oltre a detenzioni illegali e casi di tortura. I diritti umani sono stati sistematicamente violati, come denunciano molte ONG e la stessa Commissione Interamericana dei Diritti Umani, per questo sono in molti a richiedere le dimissioni dei ministri della difesa degli interni, Jarrin e Romo, responsabili diretti della durissima repressione messa in atto. Si chiede inoltre che la magistratura indaghi sugli episodi di abuso di potere, sulle detenzioni arbitrarie e illegali, e su tutte le violazioni dei diritti umani.

A questo si aggiunge la persecuzione politica. È iniziata gli arresti con degli oppositori, legati alla Revolución Ciudadana, il movimento dell’ex presidente Correa. Sono accusati di aver voluto destabilizzare il governo con l’appoggio di Maduro. Sono già quattro le persone in carcere, tra cui la neoeletta prefetta della provincia di Pichincha. Altre sei invece hanno trovato rifugio nell’ambasciata messicana.

La repressione ha colpito anche i media indipendenti e, negli ultimi giorni anche quelli internazionali, colpevoli di aver mantenuto informati i cittadini e di aver diffuso le immagini della durissima repressione. Sono stati censurati, chiusi, ostacolati nel loro lavoro e accusati di diffondere notizie false. Mentre i media mainstream continuavano a trasmettere telenovelas.

Quito in questi giorni di protesta ha dimostrato una grandissima solidarietà. La comunità universitaria ha aperto le porte dei propri campus offrendo un posto sicuro alle migliaia di famiglie indigene arrivate nella capitale. I quiteños hanno donato viveri per le cucine comunitarie; vestiti, coperte e materassi per i centri di accoglienza; medicine e materiale medico per le infermerie e per i volontari, per lo più studenti di medicina, che ogni giorno, instancabili, hanno soccorso i manifestanti in mezzo agli scontri.

Lunedì, finite le proteste, i quiteños hanno imbracciato le scope e hanno organizzato una minga per ripulire la città, sistemare le vie più danneggiate dagli scontri e piantare alberi nei parchi.

In questi giorni, la calma è tornata nelle strade del paese, ma è una calma apparente. Come previsto dagli accordi, la commissione si è messa al lavoro per scrivere il nuovo decreto, ma è difficile prevedere il risultato: il governo non sembra intenzionato a mettere in discussione la politica economica neoliberista, né il movimento indigena sembra disposto ad accettarla.

Altre riforme strutturali e altre politiche economiche erano già state annunciate, insieme all’annuncio dell’eliminazione del sussidio ai carburanti, tuttavia non si conoscono ancora i dettagli. Tra queste ci sono: la riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, i licenziamenti di migliaia di dipendenti statali, la riduzione degli stipendi e dei giorni di ferie per i dipendenti del settore pubblico.

Il popolo ecuadoriano ha vinto la battaglia dunque, ma non può abbassare la guardia. È delle ultime ore infatti la notizia che 8 dirigenti indigeni sono stati denunciati.

L’Ecuador è ancora lontano dal ritrovare la pace.