La povertà (non) è un’opinione. Lo speciale rapporto “Illuminare le periferie” su povertà e media

C’è la storia di Pierluigi invalido e sfrattato che vive in un camion e chiede aiuto agli amici per sopravvivere, quella di Giuseppe che non ha i soldi per pagarsi l’affitto e vive in un furgone, e ancora la storia Tiziana che ha un passato da stilista e un presente da nullatenente, storie che raccontano la caduta negli inferi della povertà in Italia. E poi ci sono le storie di Angelo e Piera, che dopo un periodo di indigenza sono riusciti a risollevarsi, trovare un lavoro. Storie di riscatto. Sono alcuni dei diversi volti della povertà in Italia raccontati con tagli e obiettivi editoriali diversi nelle edizioni dei telegiornali del prime time di Rai, Mediaset e La7 nel 2018.

A monitorarle uno speciale del secondo rapporto “Illuminare le periferie”: un’indagine quantitativa e qualitativa che racconta quanta informazione arriva nelle tv italiane su temi internazionali e sociali. Ideato da COSPE onlus, Usigrai e Fnsi, e condotto da Paola Barretta,  Giuseppe Milazzo e Antonio Nizzoli, ricercatori dell’Osservatorio di Pavia, con il patrocinio dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

Oltre agli esteri e al corpus centrale del rapporto, che si concentra principalmente su come i temi internazionali vengano (o non vengano) trattati sulle tv generaliste italiane, quest’anno lo studio presenta anche un focus su marginalità, povertà, e degrado.

I risultati dell’analisi quali quantitativa ci dicono che il tema è trattato da 706 notizie, l’1,4% del totale (48.936 notizie), una media di due notizie al giorno all’interno dei 7 telegiornali esaminati, equivalente a una notizia ogni circa 4 giorni a notiziario.

La parte preponderante (67,1%) è stata declinata per illustrare le politiche di “Contrasto della povertà”, soprattutto il dibattito politico durante la campagna elettorale, l’approvazione da parte del Governo e del Parlamento nonché le discussioni per l’attuazione del Reddito di cittadinanza. È un tema di politica economica che affronta la povertà da un punto di vista di sostegno monetario destinato a chi ha determinati requisiti “oggettivi” (Isee, patrimonio immobiliare, composizione della famiglia, ecc.).

Accanto a questo ci sono le notizie che illustrano le Statistiche relative alla povertà (9,3%). Costituiscono la base numerica che dovrebbe “legittimare” la politica economica. Sono dati non di immediata lettura, spesso enfatizzati da presentazioni che puntano a drammatizzare il fenomeno, quasi sempre senza contestualizzazioni e approfondimenti.

Ci sono poi le storie o meglio i “casi” (9,1%), in cui persone in difficoltà sono protagoniste dei servizi. La concretezza finisce spesso per essere un’esibizione emotiva della povertà (spesso gli intervistati piangono), con persone che vivono in auto, all’addiaccio o comunque in situazioni di forte degrado.  Proprio nella descrizione dei Casi emergono due modalità che polarizzano la narrazione: la caduta in disgrazia da una parte e il riscatto dall’altra. Per quanto riguarda la caduta le cause sono appunto delle disgrazie più che una condizione sociale strutturale: dalla tipologia degli approfondimenti  rimane molto difficile capire esattamente quale insieme di circostanze abbia realmente provocato la drammaticità della situazione descritta anche perché l’intervista è quasi sempre un elenco più o meno lungo di eventi (malattie, perdita del lavoro, incidenti, lutti familiari, ecc.) la cui fatalità e/o incapacità di gestione personale e/o di latitanza di terzi (in primis lo Stato) è solo evocata ma quasi mai spiegata.

E’ proprio intorno alle storie che si delineano le diverse chiavi interpretative e le linee editoriali: nei telegiornali di Mediaset si tende a dare un taglio di “guerra tra poveri” che vede contrapposti italiani a italiani, italiani a immigrati e immigrati a immigrati. Il riscatto invece si basa sulle storie di chi si rialza dalla caduta, spesso con la forza di volontà e un atteggiamento positivo, magari in un contesto di solidarietà: in questa chiave sono soprattutto i telegiornali della Rai.

Molte delle narrazioni mettono poi in evidenza il ruolo del Volontariato (7,5%) che interviene o nella funzione di “denuncia” della povertà oppure di racconto delle iniziative concrete messe in opera dalle varie organizzazioni.

In generale dal rapporto si evidenzia la scarsità di notizie (7 notizie su 10 si parla di politiche di contrasto alla povertà in ragione del dibattito sul reddito di cittadinanza. Togliessimo la congiuntura di quella copertura, non raggiungeremmo neanche l’1%) e una polarizzazione nella narrazione della povertà: questa viene descritta in modo astratto e generale nelle notizie sulle politiche di Contrasto della povertà e nelle Statistiche mentre nei Casi, Volontariato e Degrado in modo estremamente concreto e specifico.

A livello mondiale Oxfam ha di recente pubblicato un rapporto che rileva come l’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. I rapporti Caritas regionali evidenziano come il fenomeno della povertà in Italia negli ultimi 10 anni sia diventato sempre più complesso e articolato e come ad esserne colpiti sono sempre più i giovani e anche chi ha un lavoro.

Sui media invece la concretezza finisce per concentrarsi su casi disperati, cadute in disgrazia, drammi personali che ragionevolmente riguardano una minima parte dei 5 milioni di poveri assoluti stimati dalle statistiche. Ci si focalizza sulla marginalità estrema e non sulla povertà e la sua articolazione e complessità.

“Vorremmo una copertura articolata e meno emotiva della questione povertà – dice Anna Meli di COSPE – che evidenzi come il nostro attuale sistema economico sia totalmente iniquo e insostenibile. Chiediamo ai media un lavoro attento che guardi e spieghi le cause della povertà in Italia e nel mondo per rendere consapevoli i cittadini delle responsabilità reali e metta fine alla propaganda della “guerra tra poveri”, ovvero della competizione tra le fasce più deboli della popolazione per la scarsità di risorse. Le risorse ci sono. Serve un cambio di modello che metta al centro i bisogni delle persone e attui una equa redistribuzione della ricchezza”.

D’accordo anche la Federazione Nazionale della Stampa:  “Non solo condividiamo, ma riteniamo essenziale “Illuminare le periferie” – dice Giuseppe Giulietti, presidente della FNSI – dare voce a chi non ce l’ha non è solo un dovere etico, ma anche un impegno civile e professionale perché la cancellazione della realtà condanna alla disperazione milioni di esseri umani e li consegna ai tanti avventurieri che usano gli ultimi a protezione delle oligarchie dominanti. Per queste ragioni abbiamo deciso di aderire anche al cosiddetto “Sinodo dei giornalisti”, promosso dalla rivista San Francesco e da Articolo 21, e che riunirà ad Assisi credenti e non credenti per elaborare un piano d’azione per contrastare le parole dell’odio e della discriminazione ed elaborate un progetto che metta le parole a disposizione di chi vuole anteporre i ponti dell’accoglienza ai muri del livore e dell’esclusione sociale. L’appuntamento è stato fissato per il 24 e 25 gennaio 2020”.

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