Tunisia: il problema non è il terrorismo ma la mancanza di futuro per i giovani!

 

Gli attentati di giovedì scorso in Tunisia, hanno riportato il paese alla ribalta dei media italiani, anche se per poco tempo. Di seguito il commento di  Farouk Dakhlaoui, nostro collega della sede COSPE a Tunisi che dice: ” Il problema non è il terrorismo, ma la mancanza di futuro percepita dai giovani!”. Di seguito il contributo.

Nella mattina del 27 giugno 2019, la Tunisia è stata ancora una volta turbata da nuovi attentati che hanno colpito il cuore della capitale e Gafsa. Giovedì mattina intorno alle 11 abbiamo  ricevuto da colleghi e amici le prime informazioni in merito a un’esplosione avvenuta a Bab El Bahr, alle porte della medina. Queste informazioni sono state in seguito confermate dalle pagine facebook di giornali locali e breaking news apparse sui siti nazionali e, in un secondo momento, internazionali. Secondo quanto riportato da queste fonti, un uomo si è fatto esplodere accanto a una camionetta della polizia situata all’incrocio tra Avenue de France e Rue Charles de Gaulle, a pochi metri dall’ambasciata francese e nel pieno centro della città. L’attacco ha causato la morte di un giovane poliziotto di 24 anni di nome Mehdi Zamali e il ferimento di un suo collega e alcuni civili. Circa 10 minuti dopo, un uomo, che aveva invano cercato di entrare nella caserma della brigata antiterrismo di El-Gorjani, si è fatto esplodere nel parcheggio, ferendo 4 agenti di sicurezza. In seguito siamo venuti a conoscenza di un ulteriore attacco avvenuto intorno alle 3 del mattino dello stesso giorno a Gafsa. Un gruppo di terroristi ha infatti aperto il fuoco contro la stazione radiotelevisiva situata presso il Monte Orbata, senza causare nè vittime nè danni materiali, grazie all’intervento delle unità militari presenti sul posto. È interessante notare come la notizia in merito all’episodio di Gafsa abbia iniziato a circolare solo dopo gli attacchi a Tunisi, quasi come se le disuguaglianze regionali che caratterizzano il paese si riflettessero anche sulla scelta di coprire mediaticamente una notizia piuttosto che un’altra.

Le dichiarazioni da parte dei rappresentanti delle istituzioni sono giunte solo in serata,  probabilmente sia per la necessità di dover adeguatamente analizzare la situazione, sia per le contemporanea preoccupazione in merito allo stato di salute del presidende della Repubblica Beji Caid Essebsi, ritenuto in fin di vita, se non addirittura morto, da alcune agenzie di stampa. La reazione da parte del popolo è stata invece immediata. Infatti alcuni cittadini presenti in Avenue Bourguiba hanno spontaneamente manifestato la propria rabbia contro il terrorismo al grido “liberté, liberté”. Cio che i media internazionali non hanno fatto trasparire è che appena due ore dopo l’attentato di Rue Charles de Gaulle, il cuore della capitale è rapidamente tornato a uno stato di normalità. I negozi, i ristoranti e i caffé del centro sono rimasti aperti, continuando a servire caffe e the.  E così è stato anche per noi.

Personalmente la preoccupazione più grande ieri mattina, è stata quella dell’assicurarmi che i miei genitori e i miei amici venissero a sapere di quello che era accaduto da me e non dalle testate giornalistiche italiane, che già descrivevano l’episodio in modo eccessivamente drammatico e catastrofico, alimentando la solita narrativa del “il posto più sicuro è casa tua, possibilmente davanti alla televisione”. Alla preoccupazione si è sostituita presto la tristezza e la rabbia nel vedere che la Tunisia è oggetto dell’attenzione giornalistica italiana solo ed esclusivamente quando accade qualcosa che in qualche modo ci coinvolge direttamente, come se questo paese fosse anni luce da noi. La verità è che varebbe la pena spendere le tante parole che sono state spese in queste quasi 48 ore per parlare della frustrazione che vivono i giovani tunisini e del perché molti si percepiscono senza un futuro nel proprio paese, delle donne vittime di violenza verbale e fisica, delle donne che muoiono di lavoro e caporalato, dei migranti bloccati in tunisia e vittime di tratta, delle molte persone senza una casa, costrette a dormire fuori e a fare l’elemosina. Se ci fermassimo un attimo a riflettere anche solo su alcune di queste cose, probabilmente capiremmo che la Tunisia e i tunisini affrontano delle sfide comuni anche a noi  e che quello che ci  accomuna di più non è tanto la lotta al terrorismo, quanto al diritto a volere un futuro diverso.

 

Lunedì, 1 luglio 2019