Nem presa, nem morta! Giornata Internazionale per la Depenalizzazione e Legalizzazione dell’Aborto

La marea verde argentina non si è arrestata di fronte al muro del Senato contro l’approvazione del progetto di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.

La pressione popolare del movimento femminista in Argentina ha dimostrato che è possibile, anche in società conservatrici, patriarcali e religiose, discutere il tema dell’aborto con la società e all’interno delle istituzioni e che è possibile demistificare e depenalizzare la pratica nell’idea dell’opinione pubblica. Tutt’altro che una sconfitta: il movimento Ni Una Menos si impone come interlocutore politico di grande rilievo, nel contesto latino-americano e non solo, dimostrando ancora una volta la forza delle donne unite.

Oggi, venerdì 28 settembre, in occasione della giornata di mobilitazione Internazionale per la depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto, in piazza a Buenos Aires ci saranno insieme ai fazzoletti verdi, simbolo del movimento che combatte per ottenere la legalizzazione dell’aborto, anche tanti fazzoletti arancioni che simboleggiano la campagna per il rifiuto delle interferenze della Chiesa Cattolica nelle decisioni riguardo i diritti delle donne. Ni Una Menos ha infatti, lanciato un appello per la mobilitazione di tutte le donne, convocando una “apostasia femminista collettiva”, un gesto di ribellione e rifiuto nei confronti delle intromissioni religiose nella sfera politica, per poter dar vita ad un vero Stato laico.

L’energia della lotta argentina si è propagata verso i Paesi vicini, ispirando e rafforzando i movimenti latino-americani e caraibici. In Brasile, l’approvazione della proposta di legge da parte della Camera del Congresso argentino ha avuto come effetto la nascita di un movimento chiamato Nossa Hora de Legalizar o Aborto (trad. È il nostro momento di legalizzare l’aborto) che dal mese di giugno promuove in varie città manifestazioni a favore della depenalizzazione della pratica. Il movimento prosegue accanto ad altri gruppi, tra cui il Fronte Nazionale contro la Criminalizzazione delle Donne e per la Legalizzazione dell’Abortoe la Virada Feministadi fronte ad una società ed una composizione del legislativo sempre più conservatrici.

La questione principale è, da un lato, quella di alzare la voce contro i numerosi progetti di legge che propongono un arretramento sul tema dei diritti riproduttivi e sessuali delle donne, dall’altro quella di informare che la legalizzazione dell’aborto comporta politiche pubbliche nel campo della salute e dell’educazione. La sfida attuale, così come lo è stato in Argentina, è quella di rompere un tabù nell’opinione pubblica e attirare l’attenzione politica verso un tema che non si risolve con l’uso della polizia, un tema che deve essere necessariamente trattato, con urgenza e senza ipocrisia.

La pratica dell’aborto è diffusa, esiste nella clandestinità ed ha un costo per la vita delle donne.Secondo la Ricerca Nazionale sull’Aborto realizzata nel 2016, a 40 anni, una brasiliana su cinque ha effettuato almeno un aborto. Solo nel 2015, 503.000 donne hanno interrotto la loro gravidanza: sono circa 1.300 aborti al giorno, 57 all’ora, quasi uno al minuto.

Ad oggi, il Codice Penale brasiliano considera l’aborto come un crimine, ad eccezione dei casi di stupro, anencefalia e rischio di vita per la donna. Ciò nonostante, migliaia di donne si sottopongono a processi clandestini, spesso insicuri, con il rischio di complicazioni legate ad infezioni ed emorragie che possono anche portarle alla morte. “Sem hiprocrisia, sem hiprocrisia! A mulher rica aborta, a pobre morre todo dia!” grida il movimento contro la criminalizzazione dell’aborto, ricordando che chi più soffre sono le donne povere, donne nere che non hanno accesso alle cliniche clandestine a causa delle loro condizioni economiche. Secondo i dati del Ministero della Salute (2016) ogni due giorni una donna muore a causa di complicazioni per cui aveva fatto ricorso a strutture ospedaliere. Non solo le donne rischiano la vita per l’aborto clandestino ma corrono anche il pericolo di finire in prigione, di subire persecuzioni e minacce.

Sebbene il Brasile sia ufficialmente uno Stato laico, le posizioni religiose interferiscono anche nella sfera legislativa. Il progetto di legge dello “Statuto del Nascituro”, proposto dalla lobby evangelica presente nel Congresso, ne è un esempio. Dal 2007, quando è stato presentato alla Camera legislativa la prima volta, vuole trasformare l’aborto in un crimine qualsiasi sia la motivazione per cui vi si ricorra, dunque anche in caso di stupro. Tale posizione è stata presentata in diverse proposte legislative, talvolta camuffata e dimostra il peso che il settore conservatore e religioso ricopre nella politica. Un esempio è il caso del cosiddetto “Cavallo di Troia”, la Proposta di Emenda Costituzionale 181/2015, parte della riforma del lavoro, che inizialmente prevedeva un miglioramento dei diritti delle donne (tramite l’ampliamento del periodo di maternità in caso di parto prematuro) ma che includeva anche la modifica dell´Art.1 della Costituzione rispetto al diritto alla vita “sin dal momento del concepimento”. Un ulteriore elemento da considerare è che, secondo la Ricerca Nazionale sull’Aborto (2016) 88% delle donne che praticano l’aborto clandestino si dichiara religiosa.

È evidente che l’attuale composizione politica del Brasile non offra spazi di manovra. Il movimento femminista, attento ad ostacolare i “cavalli di troia” che avanzano nella sfera legislativa, opta per creare un dibattito sull’aborto a partire dal potere giudiziario, spazio che, nel contesto attuale, viene spesso privilegiato dai movimenti sociali per azioni di rivendicazione di diritti umani.

L’Argomento di Violazione del Precetto di Base – ADPF 442, presentato nel 2015 al Supremo Tribunale Federale propone la depenalizzazione dell’aborto, considerando che gli articoli costituzionali che definiscono l’interruzione della gravidanza un crimine, della donna e di coloro che la assistono, violano i precetti fondamentali della stessa Costituzione. Il Supremo Tribunale Federale ha organizzato dunque, nel mese di agosto 2018, una serie di udienze pubbliche, nelle quali sono state esposte e dibattute le posizioni di distinti settori della società.Questo rappresenta una conquista del movimento femminista: si tratta di uno spazio di dibattito, aperto alla società, un passo importante nel percorso per una futura depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto.

L’aborto non si sceglie perché disponibile, diventa una necessità legata a molteplici ragioni economiche, sociali ed emotive. Se non per la convinzione che abortire debba essere una scelta della donna che decide sul proprio corpo, almeno si dovrebbe ammettere che la proibizione non porta all’eliminazione della pratica.

La legalizzazione e la depenalizzazione dell’aborto non implicano un aumento del numero di interruzioni di gravidanza, come dimostrano varie esperienze nel mondo. È importante agire anche sul piano delle politiche pubbliche legate alla salute della donna e all’educazione sessuale.

La Giornata internazionale per la depenalizzazione e legalizzazione dell’Aborto,  è  dunque un pretesto per parlare dell’aborto, renderlo visibile al di fuori della sua clandestinità, mostrare che l’aborto sicuro, legale e gratuito è uno strumento di garanzia per la vita e la salute delle donne.È un’opportunità per comunicare che non serve reprimere e nascondere l’evidenza sotto un tappeto: lo Stato ha il dovere di ampliare l’accesso all’informazione e all’educazione sessuale e di garantire i diritti sessuali e riproduttivi delle donne.  È di fatto uno dei tanti giorni della lotta femminista, che prosegue anche nella giornata successiva del 29 settembre nel grande atto Mulheres Unidas contra Bolsonaro, candidato in testa ai sondaggi sulle elezioni che avverranno tra meno di dieci giorni per scegliere il nuovo Presidente della Repubblica. Le proposte e posizioni del candidato, sessista, razzista ed omofobo, pianificano un indietreggiamento per i diritti delle donne tout court.

In memoria di Ingriane, Elizangela, Jandira, e tutte le donne vittime dell’aborto clandestino.

Nem uma a menos, Vivas nos queremos!

 

28 settembre 2018