Ecuador: ancora in attesa di giustizia gli “afectados” dalla Chevron.

Dopo cinquant’anni di sfruttamento del territorio da parte del gigante petrolifero Texaco/Chevron, migliaia di ettari di foresta pluviale, di suolo e di corsi d’acqua inquinati, venticinque anni di azione legale da parte dei campesinos ecuadoriani, una condanna al risarcimento per 9,5 ml di dollari con ben tre pronunciamenti, gli abitanti dell’area di Lago Agrio, la Chernobyl dell’Amazzonia, rimangono ancora in attesa di giustizia.  Lo scorso 22 maggio si è tenuta l’udienza alla Corte Costituzionale ecuadoriana,  in cui la Chevron ha presentato un ricorso per le accuse e le richieste di risarcimento.  A breve il pronunciamento finale della Corte. Da Quito, Anna Meli, COSPE.

L’aula della Corte Costituzionale ecuadoriana il 22 maggio scorso era particolarmente colorata e rumorosa, oltre che stracolma. Giornalisti e  rappresentanti di 6 comunità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana, arrivati in capitale dalle province di Orellana e Sucumbios, hanno affollato l’udienza che doveva dibattere del ricorso presentato dalla multinazionale Chevron per i danni ambientali prodotti dal 1964 nei dintorni della città di Nueva Loja.

Durante tutta l’udienza i tamburi e gli slogan di altri indigeni e manifestanti hanno scandito il presidio organizzato nel Parque El Arborito di fronte alla Corte.  Venticinque anni di battaglie giudiziarie non hanno sfiancato l Unión de Afectados y Afectadas por las Operaciones Petroleras de Texaco (UDAPT), organizzazione con cui COSPE condivide l’ufficio a Quito e che si batte perché venga fatta giustizia per gli abitanti delle aree colpite di uno dei più gravi disastri ambientali dell’America Latina,  definito anche come la Chernobyl dell’Amazzonia. Nell’ area ecuadoriana di Nueva Loja nel Nord ovest del paese, decenni di attività estrattiva della compagnia petrolifera Texaco, acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato centinaia di migliaia di ettari di foresta pluviale, il suo suolo e i suoi corsi d’acqua.

Durante la seduta alla corte costituzionale un capo indigeno e una rappresentante delle centinaia di vittime delle contaminazioni hanno preso la parola con dignità e fermezza per ricordare al presidente e ai 6 membri della giuria, di cui 4 donne,  gli effetti devastanti del disastro e giustizia per le decine di morti per cancro ed altre malattie legate allo sversamento dei liquami tossici (residuo del processo di estrazione) nei corsi d’acqua e nelle circa 900 fosse a cielo aperto che sono tuttora visibili nell’area.

E’ del 2013 il terzo verdetto a favore delle comunità indigene che condanna la compagnia al pagamento di 9,5 miliardi di dollari, cifra stimata per risanare l’area contaminata e mettere in atto un programma di cure mediche a favore delle oltre 30mila persone “afectados” dal disastro.

L’udienza di martedì 22 maggio a Quito fa seguito al ricorso della Chevron che ha contestato la legittimità delle sentenze. In aula l’avvocato della compagnia petrolifera ha ribattuto alle accuse degli avvocati e al giudice che presiedeva l’udienza della Corte Costituzionale e ha contestato le dichiarazioni mediatiche a favore delle sentenze passate in giudicato, chiedendo  l’annullamento del processo.

L’avvocato dell’UDAPT, Pablo Fajardo, oltre ad aver dato parola ad una rappresentanza delle comunità indigene e delle vittime, ha chiesto il riconoscimento pieno di ciò che era contenuto nell’ultima sentenza del 2013 “il riconoscimento del diritto alla salute e alla vita degli indigeni ecuadoriani dell’Amazzonia come diritti umani sanciti dalla costituzione ecuadoriana.”

Riparare al danno ambientale e culturale è ciò che chiedono con tenacia e determinazione le comunità locali dell’Amazzonia ecuadoriana da 25 anni.

Nelle prossime settimane è attesa la sentenza della Corte Costituzionale.

24 maggio 2018