La giornata della memoria: profughi e rifugiati di ieri e di oggi.

Intervista a Silvia Salvatici

In occasione della Giornata della Memoria alle vittime dell’olocausto, abbiamo intervistato Silvia Salvatici, professoressa associata di Storia Contemporanea presso l’Università di Milano e esperta di storia delle donne, diritti umani e rifugiati. Con lei abbiamo parlato delle analogie tra i migranti di oggi e del dopoguerra, il rapporto tra società civile e aiuto umanitario e il ruolo della memoria nell’apprendimento.

In una delle sue ultime pubblicazioni, “Senza casa e senza paese. Profughi europei nel II dopoguerra”, ha raccontato di superstiti rimasti, a causa della guerra, senza una dimora, costretti a migrare per ricominciare una nuova vita, alla ricerca di un lavoro. La crisi migratoria che sta coinvolgendo l’Europa adesso sembra avere delle analogie.

 

Il parallelismo tra la crisi dei profughi di oggi e la situazione nel II dopo guerra spesso viene chiamata in causa dal dibattito attuale. Questo confronto ha certamente una sua ragion d’essere: l’Europa, nel II dopoguerra, vive l’esperienza più drammatica in termine di profughi. Lo spostamento massiccio di persone durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, e l’elevato numero di profughi che colpisce i territori europei, specialmente il centro dell’Europa, sono certamente fenomeni analoghi ai due periodi storici. Per capire, però, le ragioni di questo parallelismo e guardarlo da una prospettiva critica, è necessario riflettere su quella che davvero è stata l’esperienza dei profughi nel II dopoguerra e come l’esperienza abbia influenzato la definizione del sistema internazionale di protezione dei rifugiati ancora in vigore. Una volta finita la II guerra mondiale, le autorità internazionali e più precisamente le autorità dell’esercito alleato e la prima agenzia delle Nazioni Unite, United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), decidono chi sono i profughi di cui intendono farsi carico e introducono un nuovo termine che è quello di displaced persons, un termine che, per la sua specificità, non ha eguali in italiano. Con displaced persons si denominano tutti coloro che si trovano lontani dal proprio paese d’origine a causa della guerra ma che hanno diritto alla tutela e assistenza internazionale solo se appartenenti ai Paesi che hanno combattuto contro il nazifascismo. È così che nasce una nuova definizione di profugo, la cui azione di assistenza è inserita all’interno di un progetto umanitario definito dalle esigenze dei vincitori. Prima tra le quali, il rimpatrio di tutti i profughi nei Paesi di provenienza. Il termine displaced persons viene coniato proprio per evitare il connotato refugee, rifugiato, ai tempi riferito principalmente agli ebrei che, perseguitati, sono fuggiti dall’Europa in certa di una nuova patria. Usare questo termine vorrebbe dire far riferimento a persone in cerca di una nuova casa, obiettivo ben lontano dal progetto della comunità internazionale. Il termine displaced persons, negli anni 50 riferito specificatamente ai profughi di quella strategia internazionale e poi ha acquisito un significato più generale.

 

Parliamo adesso di aiuto umanitario La società di oggi ha spesso una percezione sbagliata del fenomeno dell’immigrazione, che spesso porta a sentimenti di odio o rifiuto verso i rifugiati e gli attori che si occupano di accoglierli e integrarli. Quali sono stati i sentimenti e le questioni sollevate dalla società circa l’umanitarismo nel II dopo guerra? Si possono trovare analogie o differenze?

 

Nell’immediato dopoguerra le displaced persons vengono considerate come le vittime per eccellenza del conflitto. Spesso vengono anche chiamati “gli ex schiavi di Hitler”, perché una parte consistente di questa popolazione profuga è rappresentata dagli ex deportati, dai tedeschi, ai lavori forzati dall’Europa centro orientale verso la Germania. Inizialmente, quindi, le autorità internazionali vogliono mostrare, tutelando e assistendo queste persone, che si stanno occupando della salvaguardia di coloro che sono state le vittime del nazifascismo. Questa percezione, però, cambia nell’arco del tempo. Il progetto iniziale di far rimpatriare tutte queste persone, si infrange rapidamente scontrandosi con quella che è la nuova geopolitica in Europa dopo la fine della II guerra mondiale e gli accordi di pace. Un esempio molto semplice, sono i profughi provenienti dai Paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) che non esistono più come Paesi indipendenti, perché invasi dall’Unione Sovietica nel 1939 e poi annessi. Questi profughi non hanno più, quindi, una patria in cui tornare. E una parte consistente dei profughi, conosciuta come “l’ultimo milione”, rifiuta il rimpatrio e sceglie di rimanere nei campi profughi al Centro dell’Europa. In questo preciso momento storico, la percezione nei confronti dei profughi cambia, specialmente da parte dei Paesi alleati. I profughi non sono più visti come vittime, ma tendono a essere visti come parassiti: coloro che hanno scelto di continuare a vivere alle spalle della tutela internazionale. Comincia a calare su di loro un’ombra di sospetto: perché non vogliono tornare nei loro Paesi? Hanno forse qualcosa da nascondere? Sono queste alcune delle domande che la società si pone. Quest’atmosfera, fa sì che la concezione di profugo assuma gradualmente una connotazione dispregiativa. In questo senso, quindi, le due realtà – del dopoguerra e di oggi – si assomigliano.

 

In che cosa, invece, le due realtà sono diverse?

 

In primo luogo, si tratta di persone che vengono dall’Europa dell’Est. C’è una visione molto differenziata in base alla nazionalità. Si vedono meglio i Baltici, ritenuti più istruiti e capaci di inserirsi nel contesto occidentale. C’è invece una maggiore diffidenza nei confronti dei polacchi. Però, quelle connotazioni specificatamente razziste che attraversano la percezione odierna dei popoli non le ritroviamo nell’esperienza passata, perché vengono dall’Europa Centro Orientale.

 

Perché ricordare e commemorare? In occasione della Giornata della Memoria, siamo davvero capaci di imparare dalle esperienze passate? Cosa ci dice del presente questa giornata?

 

Sul commemorare sono più perplessa, ma ricordare è sicuramente importante. Non dobbiamo perdere la memoria dell’esperienza drammatica che è stata la guerra e la deportazione. Considerato, a maggior ragione, che una componente delle displaced persons del II dopoguerra sono i sopravvissuti alla Shoa. La questione del ricordo è stata importante anche perché, per molto tempo durante il II dopoguerra si è rimossa l’esperienza della deportazione e della Shoa, perché i profughi hanno teso ad allontanare dalla propria memoria l’esperienza. Ricordare è importante perché fa parte della nostra esperienza collettiva e dobbiamo avere consapevolezza. Non credo, però, che possa valere il discorso “dalla storia si impara a non ripetere gli errori”. La situazione di adesso ci fa capire che l’uomo, tragicamente, non impara da esperienze del passato. Quello che però la storia, il ricordo e l’analisi storica ci offrono sono gli strumenti per comprendere al meglio il presente e divenire cittadini più consapevoli.

 

Qui un articolo della dott.ssa Selvatici  https://www.cospe.org/il-mulino/

26 gennaio 2018