L’attacco a Save the children, un’occasione per riflettere sul nostro lavoro.

In questi giorni di profonda preoccupazione per ciò che sta accadendo in Afghanistan, la nostra cooperante Federica Cova scrive questo pensiero di apprensione, ma anche di speranza per questo paese dove in molti continuano a vivere lottando per vedere rispettati i propri diritti.

“Molto brutta (ma decisamente comprensibile) la notizia della chiusura degli uffici di Save di Children in Afghanistan. Questa mattina il nostro collega di Jalalabad ci ha telefonato e raccontato degli scontri in corso nella provincia di Nangarhar, poco dopo abbiamo letto con preoccupazione la notizia del terribile attacco alla sede di Save the Children – al cui staff va davvero tutta la solidarietà e il sostegno possibile.

Questa escalation non è una novità degli ultimi giorni, attacchi indiscriminati contro i civili, minacce contro attivisti e organizzazioni della società civile (afghane in primis) impegnate nell’ambito dell’aiuto umanitario e della difesa dei diritti qui sono all’ordine del giorno. Tutti i dati contenuti nei vari rapporti ufficiali confermano un trend di peggioramento crescente della situazione dal 2001 ad oggi, nonostante i continui invii di contingenti militari da parte dei paesi occidentali.

È certo che in Europa arrivino principalmente solo le notizie che vedono degli internazionali coinvolti: si parlerà sicuramente di un razzo che ha colpito un muro vicino la zona verde, ma non dei civili afghani che quotidianamente muoiono vittime degli scontri. Non possiamo però permetterci di dimenticarci di tutti questi civili, la cui vita non vale certo meno della nostra, e non ci possiamo permettere di lasciare solo chi nonostante tutto continua a lottare per migliorare questo paese.

Proprio oggi parlavo con un collega di un’associazione nostra partner che alla notizia della nostra prossima partenza ha commentando “se ne stanno andando tutte le organizzazioni internazionali”. Ed è vero che in tanti se ne stanno andando proprio perchè la situazione di sicurezza non permette di poter lavorare e richiede di assumersi dei rischi non da poco.

L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’anno quanto sia faticoso, frustrante e difficile lavorare in queste condizioni. Penso però di poter dire, a conclusione di questa esperienza, che comunque ne è valsa la pena e davvero spero di poter avere presto altre occasioni per continuare a occuparmi di diritti umani qui.

Continuare ad essere presenti, a parlare di Afghanistan e di cosa succede qui è essenziale e non può ridursi al bollettino di guerra con una lista di morti di cui ci siamo già dimenticati prima ancora di aver finito di contarli. Mi auguro davvero che le attività di Save the children possano riprendere il più presto, in sicurezza ovviamente.

Ringrazio tutti coloro che oggi, nei giorni e mesi scorsi hanno avuto un pensiero per me e il tempo per un messaggio o una chiamata per sapere se stessi bene e fossi al sicuro. Sono un po’ provata, ma sono al sicuro, la data del mio rientro è sempre più vicina e qualsiasi cosa accada so di essere privilegiata abbastanza da avere in tasca un passaporto che mi permette di poter fare ritorno in Europa senza dovermi mettere nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Amici, non preoccupatevi per me, cerchiamo piuttosto di preoccuparci insieme e di sostenere chi in questo paese continuerà a vivere, a lavorare e a lottare”.

25 gennaio 2018