Con il decreto missioni 2018, l’Italia apre nuovi fronti e crea nuove frontiere

“Via libera della #Camera alle missioni internazionali. Da Afghanistan a Iraq, da Libano a Kossovo, da Libia a Niger forze armate e cooperazione italiana lavorano per pace, sviluppo e stabilità, contro terrorismo e traffico di esseri umani”. Con questo tweet Gentiloni conferma l’approvazione, con larga maggioranza, del “decreto missioni” presentato il 18 gennaio in Parlamento, a camere sciolte.

Un decreto che inaugura l’apertura di due nuovi “fronti”, Niger (470 i soldati previsti con un primo contingente di 120 nel primo semestre) e Tunisia, e il rafforzamento di quello in Libia (dove i militari passeranno da 370 a 400). Si mantiene anche il Kosovo in ambito Nato e Libano, dove i nostri affiancano la forza ONU, mentre comincia la riduzione delle forze militari in Afghanistan (si passerà da 900 a 700 militari) e in Iraq. La copertura delle missioni per il 2018 è 1,5 miliardi di euro, compresi i fondi per la cooperazione allo sviluppo. Questi i dati.

Dalla fotografia delle missioni militari emerge in modo molto chiaro anche la nuova strategia geopolitica dell’Italia: un deciso spostamento sul Mediterraneo e un progressivo abbandono di fronti orientali e mediorientali. Una geografia che non corrisponde esattamente a quella dell’aumento del jihadismo e del terrorismo che si dice di voler combattere (in Afghanistan ci sono attentati giornalieri), né di lotta ai trafficanti di esseri umani. In Niger, ad esempio, la fascia di deserto dove passano le rotte dei migranti è praticamente incontrollabile e la presenza militare costringe piuttosto le persone a uscire dai sentieri noti per fare percorsi più difficili, mettendo ancora più a rischio la vita di chi tenta la traversata, mentre in Libia si continua con la politica di sostenere la guardia costiera libica e i rimpatri che al 90% risultano essere condanne a reclusione in centri di detenzione e violazioni dei diritti umani.

Il decreto sembra rispecchiare piuttosto le mire di un posizionamento politico ed economico più rilevante per il nostro paese in uno scenario internazionale. In particolare in Niger l’Italia andrebbe ad affiancare l’operazione G5 Sahel portata avanti da Germania e Francia e ad Eucap Sahel Niger dell’UE.  Un modo per mettere un piede in un paese che ha l’immensa contraddizione di essere uno dei più grandi produttori di uranio e di essere il paese tra i più poveri del mondo. Meta ambita dunque e rapporti economici tra governi assolutamente sbilanciati. Il Niger, 20 milioni di abitanti su un terreno vastissimo, non è stato mai messo in grado di sviluppare una propria economia: sfruttato e impoverito da interessi esterni che mai hanno lasciato una minima ricaduta sul paese.

Ancora oggi il Niger non ha bisogno di militari ma di rapporti economici più equi e un sostegno reale alla propria economia e alla società civile che si impegna per il rispetto dei diritti umani. Non ha bisogno di diventare come la Libia, la nostra frontiera più a sud, ma di istituire rapporti paritari con i governi occidentali che finora lì hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Il decreto purtroppo, stanzia milioni di euro in operazioni che non vanno in questa direzione ma che, come evidenziato sopra, impattano negativamente sulla vita di migliaia di persone, mentre sarebbero auspicabili misure e azioni che non siano ad esclusivo vantaggio dell’industria bellica, per tentare di cambiare realmente le cose.

19 gennaio 2018