Lo sport e la lotta alle discriminazioni. Un progetto che ci sta a “Cuore”.

Lo sport come ambito di discriminazione ma anche occasione da cui ripartire per lavorare su un cambiamento culturale: di questo si è parlato lunedì 4 dicembre a Bologna, durante l’evento conclusivo di “Cuore. L’unico muscolo per battere una donna”, progetto realizzato dall’associazione “Extrafondente Open Source” e COSPE con il contributo della Regione Emilia Romagna, per prevenire la discriminazione e violenza di genere in ambito sportivo. Una conferenza per raccontare la storia del progetto, i risultati ottenuti e per fare delle riflessioni su quanto ancora è necessario fare. Anche grazie a due testimonial d’eccezione: le campionesse Josefa Idem e Katia Serra, ex atlete oggi impegnate a vario titolo per l’affermazione dei diritti delle donne nello sport e non solo.

Ad aprire l’evento è stata Debora Casali, socia e operatrice delle strutture protette per la Casa delle donne di Bologna, che ha raccontato lo sport come un ambito dove molti sono gli episodi di la violenza di genere, ma anche come un luogo chiave per il superamento di questo tipo di discriminazioni. “Più volte il linguaggio nello sport ha portato alla vittimizzazione e discriminazione di individui, quando è proprio da qui che potrebbe partire un cambiamento radicale e culturale”, ha dichiarato Debora Casali.

Ha preso poi la parola Marina Pirazzi di Extrafondente Open source (Eos) e coordinatrice del progetto: “la storia di Cuore è nata da un gruppo di professionisti che ha creato l’organizzazione Eos chiedendosi quale fosse il problema più serio da trattare per l’equità di genere e l’inclusione sociale. Riflettendoci, abbiamo concluso che la problematica maggiore è la violenza sulle donne. Ci si è poi chiesti quale fosse il contesto in cui più di tutti si viene meno al riconoscimento dei diritti ed abbiamo capito che il mondo dello sport è quello dove meno si interveniva e si interviene tutt’ora. Ecco quindi che ci siamo impegnati a lavorare in questo settore”, racconta.

Marina Pirazzi non si è, però, limitata a raccontare la storia dell’iniziativa. A nome di tutti i partner del progetto, ha avanzato una proposta di piattaforma per prevenire la violenza di genere, da destinarsi a tre gruppi: associazioni sportive, mondo universitario e stituzioni. Per ognuno dei destinatari sono stati dati dei consigli pratici in modo da limitare e prevenire episodi di discriminazioni, tra cui: la creazione di un codice etico, l’attuazione di corsi formativi per istruttori sportivi, un lavoro di rete che possa stabilire gli obiettivi comuni a livello nazionale e la creazione di una banca dati disponibile per i cittadini che vengano informati sulle associazioni sportive sensibili al tema della violenza di genere.

Un intervento più tecnico è stato fatto da Daniela Marchetti dell’Università di Chieti, che ha riportato i risultati di una ricerca fatta dal Laboratorio universitario di clinica psicologica del benessere, sull’importanza di comprendere meglio cosa si intenda per violenza di genere nello sport e quali siano le prassi e politiche attuate nell’ultimo decennio. Marchetti, sulla stessa linea di Debora Casali, ha ricordato che lo sport è protagonista, in negativo, per quanto riguarda la violenza di genere in tutti i paesi dell’Unione Europea, ma che può anche essere un “grande campo di azione per prevenire e contrastare episodi di violenza.”

In Italia non sono stati rintracciati studi che fanno riferimento a questo fenomeno, nonostante questo il Paese si colloca insieme a Francia e Germania tra gli Stati dell’Unione Europea che hanno sviluppato una maggiore sensibilità sul fenomeno, in particolare con due progetti, uno sviluppato in Friuli Venezia Giulia e l’iniziativa Cuore. Anche a livello legislativo, l’Italia è in una posizione vantaggiosa. Anche se non ci sono riferimenti specifici alle discriminazioni nell’ambito sportivo, nel nostro codice sono vari gli articoli che tutelano le vittime di violenza di genere. Un aspetto, invece, in cui – secondo la Marchetti – l’Italia dovrebbe ancora lavorare è l’erogazione di servizi tanto per le vittime che per gli attori di atti violenti.

 

Della situazione italiana hanno parlato anche l’ex campionessa olimpionica Yosefa Idem, senatrice della Repubblica e ex ministra alle pari opportunità e Sport, e l’ex calciatrice Katia Serra. Entrambe hanno raccontato una situazione tutt’altro che positiva, in cui le donne fanno fatica ad essere riconosciute come atlete professioniste. “Oggi le donne nello sport non godono della tutela della loro posizione da professionista”, dice Yosefa Idem, “La legge 91/81 è l’unica che disciplina lo stato di professionista nello sport e nessuna delle federazioni indicate riconosce le donne come professioniste sportive”. E aggiunge, “andrebbe dunque fatta una nuova legislatura che ordina il ruolo dei professionisti dello sport”. È d’accordo Katia Serra, “Per noi calciatrici in Italia giocare non è un lavoro. Questo significa che non abbiamo uno stipendio garantito, né un’assicurazione e non maturiamo la previdenza sociale. Non avendo tutele e dovendo sopportare tante situazioni negative legate a stereotipi e giudizi contro le donne che praticano sport, una donna costretta a scegliere tra lavoro e sport, sceglierà sempre il lavoro”.

ùQualche passo avanti, però, è stato fatto. A parte il progetto Cuore, Katia Serra racconta una sua piccola vittoria come responsabile del “Settore Calcio Femminile” dell’AIC(Associazione Italiana Calciatori) e cioè l’istituzione di un fondo maternità per le atlete, primo caso nella storia, che verrà attivato nel 2018. Il fondo permette a chi pratica sport ad alto livello di vedersi maturata un riconoscimento della maternità: “è questo un primo tassello perché un’atleta sia riconosciuta come professionista”.

Un altro esempio positivo è quello dell’istruttore di arti marziali Cristian Serra che, a conclusione dell’evento, racconta dei suoi corsi di sicurezza personale rivolti alle donne finalizzati a limitare episodi di violenza e discriminazione. “Lavorare con le donne è difficile soprattutto per un motivo, perché molte di loro si portano dietro un peso culturale e sociale del dover essere e dover fare. Io lavoro con le donne – conclude – perché capiscano di essere capaci di fare quello che desiderano e di riuscire, nello sport come nella vita”.

11 dicembre 2017