Ali Muse e l’integrazione dimenticata. La soluzione non passa dai nuovi CIE

La tragedia che ha colpito Ali Muse, il 44 enne di origini somale morto l’11 gennaio nel rogo del capannone abbandonato in cui viveva a Sesto Fiorentino, ci ricorda che, accanto alla questione dell’accoglienza di profughi e richiedenti asilo di recente arrivo, va affrontata in modo sistematico la messa in atto di misure d’integrazione dei rifugiati e migranti che sono già in Italia da anni.

Le discussioni sul tema dell’immigrazione sono da diverso tempo centrate prevalentemente sulla gestione dell’accoglienza e della mal accoglienza dei nuovi arrivi, trascurando l’irrisolta questione dell’integrazione.

Questo spostamento di attenzione è avvenuto sia a livello europeo e nazionale, sia a quello locale. È così che un folto gruppo di persone che hanno ottenuto da alcuni anni lo status di rifugiati, vivono ignorate dalle istituzioni e passano dalla occupazione di un alloggio precario ad un altro. Non è più tollerabile che le istituzioni si voltino dall’altra parte di fronte a capannoni come quello che è bruciato. Non basta come risposta a simili situazioni lo sgombero senza soluzioni alternative.

Esiste un programma nazionale di accoglienza dei rifugiati, lo SPRAR, che dovrebbe non solo fornire loro alloggi ma accompagnarli alla vita autonoma con i propri mezzi. Abbiamo assistito, in passato, anche alla riduzione dei fondi al programma mentre cresceva il sistema parallelo, l’accoglienza straordinaria con relativi centri – CAS, che è così mal gestito da passare da emblema dell’arricchimento di affaristi senza scrupoli che non esitano ad approfittare delle tragedie altrui.

Occorre non solo rafforzare lo SPRAR in termini di risorse economiche e di capacità operativa. Bisogna assumerlo come sistema unico di accoglienza e gestione dei rifugiati, richiedenti asilo e profughi. In questa ottica, è apprezzabile l’ultimo accordo tra il ministero degli Interni e l’ANCI, Associazione dei Comuni Italiani sullo SPRAR che prevede il potenziamento della rete. Ma non basta perché bisogna avviare, parallelamente all’allargamento della rete SPRAR, una progressiva trasformazione dell’accoglienza straordinaria in SPRAR applicando ai CAS le regole vigenti per gli SPRAR e ottimizzando complessivamente l’impiego delle risorse investite.

Diciamo un secco no alla costruzione di nuovi CIE (Centri di identificazione ed espulsione) non solo perché totalmente inefficaci e inutilmente costosi ma anche perché proprio in questi luoghi di detenzione si sono consumate numerose violazioni dei diritti fondamentali, così come ha documentato la campagna Mai più CIE.

Al ministero degli Interni che dirige le politiche d’accoglienza e integrazione dei rifugiati, richiedenti asilo e profughi, suggeriamo di abbandonare questo approccio securitario, fallito da tempo e che non ha contribuito in alcun modo a migliorare l’accoglienza di chi, immigrato o rifugiato, vive regolarmente sul territorio. Ali Muse (e le oltre 80 persone che vivevano con lui) era in quel capannone abbandonato non perché irregolarmente in Italia: era un rifugiato secondo lo Stato italiano.

Le risorse che s’investono nella costruzione e gestione di strutture detentive e nel reprimere le occupazioni da parte di chi è senza casa vanno utilizzate per ricercare soluzioni condivise con le stesse persone. La vera insicurezza è di chi, come Ali, rischia la vita nel cercare dove ripararsi.

A livello locale, è urgente realizzare e mantenere aggiornata una mappa degli alloggi precari e di fortuna di quanti, italiani ed immigrati, sono costretti a ricorrere a sistemazioni del genere perché senza alternative.

Sappiamo che alcune organizzazioni della società civile che si dedicano specificatamente al disagio abitativo estremo dispongono già di simili mappe, oltre ad aver rapporti con chi vive in questa privazione. Queste associazioni vanno coinvolte nella discussione e ricerca di soluzioni che contribuiscono ad evitare altre perdite di vite umane evitabili.

Va anche sottolineata l’urgenza di sostenere il lavoro degli SPRAR con la formazione per chi vi opera e un monitoraggio sistematico delle stesse strutture per assicurarsi che le regole per la loro gestione siano rispettate.

Il miglior modo di ricordare Ali Muse è far in modo che la sua morte atroce sia l’inizio di una seria riflessione e di azioni concrete per un’accoglienza dignitosa per tutti coloro che sono costretti a cercare rifugio in Italia.

di Udo Enwereuzor, responsabile COSPE per migrazioni, minoranze e diritti di cittadinanza

16 gennaio 2017