Mahmoud Zwahare: la non violenza è la nuova Intifada contro Israele.

Mahmoud Zwahre è membro del Coordinamento dei Comitati Popolari di Resistenza non violenta in Palestina e lo abbiamo incontrato e intervistato a Firenze durante un incontro organizzato da Assopace, Associazione di amicizia Italo palestinese, Centro ideazione donna e COSPE onlus, in cui presentava l’attività dei Comitati contro le colonie israeliane e il Muro di Separazione costruito da Israele all’interno del territorio palestinese. Ex sindaco di Al Ma’sara, una cittadina a Sud di Betlemme, Mahmoud sta realizzando un dottorato di ricerca in Inghilterra sulla non violenza. Nel 2009 è stato in prigione alcune settimane, in seguito ad una manifestazione. Oggi racconta la sua esperienza e il suo Paese.

Partiamo dall’inizio… quando e perché ha deciso di partecipare ai Comitati Popolari per la Resistenza palestinese?

Mi sono unito ai Comitati Popolari per la Resistenza in Palestina principalmente perché nel 2002, quando la violenza durante la seconda intifada era giunta al suo culmine, ho maturato una consapevolezza nuova. Nel 2002 ero intimamente coinvolto da quello che vedevo attorno a me, ma, considerando le differenze di potere, in termini di armamenti, tra Israele e Palestina, ho capito che non c’era possibilità di sconfiggere Israele con le armi e che bisognava trovare un’altra arma per combattere. Ho capito anche che la non violenza è quel tipo di arma che Israele non è in grado di usare. Ho perso degli amici, mio cugino è stato ucciso durante la resistenza armata. Uomini, che hanno pagato un prezzo troppo alto.  Quindi ho compreso che entrare nella resistenza non violenta è più semplice ed efficace: si tratta infatti di una forma di resistenza più potente, soprattutto perché apre spazi di partecipazione ad altre persone, ai bambini, alle donne… tutti possono partecipare alla nostra “battaglia”!

Secondo la tua opinione, perché Israele reagisce in maniera così violenta ad un movimento, che per scelta non lo è? 

Israele ha sempre usato violenza estrema in maniera non proporzionale rispetto alle effettive proteste palestinesi, con lo scopo di portare molti di noi ad un’altra via di resistenza, una via non pacifica, in modo da potere sempre giustificare la sua azione violenta. Quarantacinque persone sono state uccise in manifestazioni pacifiche, solamente perché hanno deciso di parteciparvi. Io stesso sono stato arrestato solo per questo. Israele ricorre a queste “dimostrazioni di potere” solo per trasformare gli attivisti non violenti in attivisti violenti, che tornano utili per giustificare l’utilizzo delle armi contro la popolazione palestinese.

Ma la nostra strategia è provare a rendere evidente la sofferenza dei palestinesi che continuano a resistere, così il “Back-Fire” (il colpo di rimbalzo) sarà sempre più contro Israele. L’immagine più potente che viene fuori da queste manifestazioni sono i bambini di fronte ai soldati israeliani, che semplicemente urlano contro di loro, e i soldati rispondono usando violenza contro di loro. Israele non vuole che queste immagini arrivino ai media, soprattutto negli stati democratici occidentali. Aggiungo anche che grazie alla non violenza la paura dell’altro non prende il sopravvento e ci si libera dalla “occupazione mentale”. La lunga propaganda israeliana agisce infatti anche a livello psicologico, e si basa sulla separazione tra israeliani e palestinesi (anche fisica: la costruzione del muro, di confini fisici che creano una vera e propria Apartheid)  e sulla paura.

Cosa porta i palestinesi a rischiare perfino la vita per la libertà della Palestina? Quali sono i sentimenti che portano le persone a far parte della resistenza?

Il conflitto israeliano- palestinese è un conflitto di lunga data, ed è uno dei conflitti più problematici al mondo. I palestinesi vogliono farla finita con quest’occupazione: per questo reagiscono. Quello che accade in Palestina ispira la coscienza politica dei giovani, ma è anche l’atteggiamento di Israele e le sue politiche che risvegliano l’attivismo dei palestinesi. Perché, se analizzi la situazione, capisci che tutti noi risentiamo dell’occupazione. Più di 7.500 palestinesi sono passati (e molti ci sono ancora) nelle prigioni Israeliane. Ogni famiglia si è dovuta relazionare con l’occupazione israeliana. Questa è sicuramente una ragione sociale che fa mobilitare le persone: Israele ogni giorno punisce i palestinesi, e quindi i palestinesi reagiscono, è il contesto sociale che ispira. Se tu hai una comunità sotto occupazione, queste persone per sopravvivere scelgono la via della violenza o la non violenza, ma non permetteranno mai l’occupazione. Gli israeliani sono sorpresi dal fatto che i palestinesi insistano: si può notare come ogni generazione ha iniziato un’Intifada, la seconda Intifada è nata da quelle persone che erano bambini durante la prima Intifada, e così via… Le politiche israeliane sono la prima ispirazione per i palestinesi nel continuare la battaglia: non bisogna dimenticare che la discriminazione, la repressione hanno riguardato anche posti “sacri”, sia per i mussulmani che per i cristiani. Anche questa è un’istigazione ad agire.  Quindi per tutti questi motivi i palestinesi continuano a resistere.

Attualmente sei in Europa per fare il dottorato, come mai hai scelto la strada accademica e quali sono le tue aspettative?

Sono qui per creare una “base teorica” alla resistenza non violenta nel contesto palestinese. Con questo dottorato ho iniziato a riflettere sulla mia esperienza degli ultimi 15 anni, sul mio coinvolgimento nel movimento, e ho capito che voglio cercare degli strumenti per rafforzarlo.

Cosa può fare la comunità internazionale per sostenervi?

Dalla comunità internazionale vogliamo supporto politico, non aiuti. Noi non abbiamo bisogno di beneficenza, ma di appoggio politico. La beneficenza aiuta la propaganda israeliana, che vede i palestinesi come soggetti passivi, mendicanti bisognosi di aiuti umanitari. Ma noi non siamo poveri, siamo stati privati della nostra terra, per questo la questione palestinese non può essere messa in relazione con le condizioni in un qualsiasi paese che soffre la fame.

Per aiutare il popolo palestinese bisogna rafforzare il network esistente tra gli attivisti internazionali e sostenere la campagna BDS, in riferimento non solo al boicottaggio economico, ma anche a quello accademico e politico. Si tratta di un sostegno importante per il mio popolo, che lo fa sentire meno solo e, in questo modo, i Palestinesi possono comprendere l’importanza delle battaglie non violente rispetto a quelle violente.

Gli Italiani, per esempio, devono mantenere vivo l’interesse della questione palestinese, e posizioni come quella del governo italiano attuale, probabilmente il più filo-israeliano della storia d’Italia, non deve passare sotto silenzio. Per questo alcuni attivisti hanno preparato una lettera di protesta contro il governo, indirizzata al Presidente della Repubblica dopo la sue recente visita in Israele e in Palestina, perché l’occupazione israeliana non può essere giustificata.”