Mona Seif: dall’Egitto senza paura

Saranno forse poche le donne capaci di conquistare l’attenzione pubblica e di intimorire chi da anni in Egitto prova a reprimere la società civile, ma quelle che riescono lo fanno in modo duro, senza timore esprimono la loro opinione e la portano avanti, anche a costo della libertà personale. Una di queste donne è sicuramente l’attivista trentenne Mona Seif.

Mona, laureata alla Cairo University in “biologia del cancro” con una tesi sulla mutazione del gene cancerogeno al seno,  è cresciuta in una famiglia di “human rights defenders”, difensori dei diritti umani: suo padre, Ahmed Seif è un avvocato per i diritti umani presso l’ “Hisham Mubarak Law Center”, che ha passato cinque anni in prigione durante il regime di Mubarak, suo fratello, Alaa, nel 2011 ha affrontato un processo militare, ma si è rifiutato di collaborare fino a quando il caso non fosse stato trasferito ad un tribunale civile.  Lei e sua sorella, Sanaa, sono state imprigionate durante le manifestazioni per le elezioni parlamentari nel 2014.

Il suo ruolo di attivista in Egitto è emerso in particolare nel 2010, durante le proteste organizzate contro la brutalità delle torture perpetrate dalla polizia, proteste che seguivano la morte di Khaled Saeed, torturato dalla polizia e preso come simbolo per le manifestazioni di piazza Tahrir.

Nel 2011, durante le proteste che hanno portato alla caduta del regime Mubarak, il nome di Mona ha cominciato ad attirare l’attenzione internazionale grazie ai “report in diretta da Tahrir”, dove lei e la sua famiglia hanno passato diversi giorni. Inoltre è una delle fondatrici di “No Military Trials for Civilians”, un gruppo che spingeva per il rilascio delle persone arrestate durante la rivoluzione, per la fine dei processi militari contro i civili e per la presa in considerazione delle denunce di tortura perpetrata dalla polizia.

Nel 2011 nel suo blog “Ma3t”, ha denunciato le irruzioni violente della polizia militare a Tahrir, chiedendo ai suo lettori di contribuire a documentare questi episodi. Ha criticato fermamente lo Scaf, il Consiglio Supremo per la Sicurezza nel periodo dopo-rivoluzione. Seif stima che i tribunali militari abbiano condannato 7.000 civili dalla cacciata di Hosni Mubarak nel febbraio 2011.

Parte del “progetto” di Seif ha coinvolto i detenuti che sono stati rilasciati, registrando le loro testimonianze, riuscendo a documentare qualche tortura fisica, come segni di contusione e ustioni. Nel 2012 era una delle finaliste del “Front Line Award for Human Rights Defenders at Risk”, che poi è stato conferito alla blogger siriana Razan Ghazzawi.

A febbraio 2016 l’attivista è stata presa di mira e soggetta a investigazioni per un post su Twitter, in seguito alla morte del ricercatore Giulio Regeni. Quando le autorità hanno annunciato il ritrovamento del corpo di Giulio, Mona ha twittato avvertendo gli stranieri di non viaggiare in l’Egitto, non sarebbe stato possibile garantire la loro sicurezza in un periodo di dura repressione. Le accuse contro di lei sono: “incitazioni contro lo Stato” e “danneggiamento dell’economia”.

La situazione è molto peggiorata negli ultimi anni: diritti umani e politici sono a rischio. Leggi e contribuisci alla nostra campagna: “Difendiamo i diritti a partire da chi li difende”.