Danae Diéguez: cultura femminista e violenza simbolica

Danae Diéguez: cultura femminista a Cuba

Riportiamo una parte dell’intervista a Danae Diéguez, professoressa dell’istituto Superiore di arte a Cuba ed esperta di genere realizzata da Helen Hernández Hormilla della rivista on line SEMlac (servicio de noticias de la mujer latinoaméricana y del Caribe). Molte delle sue lezioni sono incentrate sull’analisi della connotazione delle immagini cinematografiche dal punto di vista di genere. COSPE ha incontrato Danae Dieguéz lo scorso novembre  per  provare a leggere con lei la condizione femminile a Cuba.  Nella seguente intervista la professoressa parla di violenza simbolica verso le donne e della cultura femminista del Paese.

Siamo  costantemente esposte a questa forma di violenza: dai mezzi di comunicazione all’arte e al linguaggio e, in generale, alla cultura. Senza dubbio la violenza simbolica contro le donne passa in modo subdolo e non avvertita come tale, nonostante il suo alto costo sociale. A Cuba si è parlato molto negli ultimi anni del contenuto aggressivo e denigrante di alcune espressioni della musica popolare, di videoclip o di pubblicità verso le donne. Ma Danae C. Diéguez, professoressa dell’ Istituto Superiore di Arte, invita ad andare ancora oltre  e rintracciare  l’ aggressività latente in tutte le espressioni simboliche in cui viene esplicitata la diseguaglianza di potere tra uomini e donne. L’esperta di cinema e genere  spiega in questa intervista le implicazioni di questo tipo di aggressività machista, le sue principali manifestazioni a Cuba e anche come  provare a combatterla.

Che cos’è la violenza simbolica di genere? Come si manifesta e quali sono le sue implicazioni, soprattutto nel contesto cubano?

Si ha violenza simbolica di genere quando si ha un trattamento sessista  delle immagini e nella rappresentazione sociale del femminile e del maschile. Spesso le voci delle donne sono invisibili e, in questo, i mezzi di comunicazione, il cinema e l’industria culturale nel suo insieme sono responsabili. Le forme in cui può  manifestarsi questa violenza  possono essere diverse e variano, dalle più ovvie, che frammentano il corpo femminile e lo fanno diventare un insieme di “dover essere”, un canone di bellezza e quindi uno stereotipo, fino a quelle più complesse che utilizzano lo stereotipo nella rappresentazione. In questo caso, mi riferisco al fatto che “di buone intenzioni è pieno il cammino del sessismo”, ovvero quelle immagini che appaiono una cosa ma che scavando, portano un modello già conosciuto e ristretto e sempre a un “ dover essere” femminile. Le implicazioni possono essere molte: intanto per esempio le immagini sono depositarie di un ordine di genere e formano gli immaginari simbolici. Nel contesto cubano il femminile è ancora associato a modelli di femminilità atomizzata: la donna è rappresentata con un prototipo di bellezza, con il corpo modellato dal potere maschile o in funzione dello sguardo di questo potere, e infine esiste ancora  molto forte  la dicotomia dello spazio  pubblico e dello spazio privato. Anche il mito della “super donna” è molto “connotato” e si mette sempre enfasi su come questa o quell’altra donna ha ottenuto determinati successi senza smettere di essere “una buona madre, una buona moglie” o comunque quella che non ha perduto gli attributi che la caratterizzano come donna. I pericoli che porta  la sistematizzazione di queste tendenze è nel fatto che le donne si conformano a un modello che amputa o limita  le loro libertà più essenziali e che  gli uomini vivono in funzione di  essere “maschi” in cerca di queste donne, che già sono “limitate” senza averne coscienza.

 

Pensi che l’arte e la cultura a Cuba riproducano un discorso violento simbolicamente contro le donne? Perché e in che maniera si riproducono questi criteri nel campo culturale cubano?  
Cuba non è certo immune dal fenomeno della violenza simbolica, soprattutto perché nonostante gli indiscutibili avanzamenti delle donne cubane parliamo della soggettività umana e della cultura che non cambiano alla velocità di determinate politiche pubbliche. Una presunta verità generalizzata dice che l’arte non ha sesso né genere. Questo criterio estetico fa sì che chi produce arte spesso lo fa con un sistema di “linea guida” implicito che è quello patriarcale. Questo accade in tutte le arti ma è più evidente nelle arti virtuali e nei mezzi audio visivi, nella letteratura e nei testi delle canzoni. Nella cultura cubana si riproducono questi criteri perché non bastano le buone intenzioni, è necessaria una politica culturale con prospettiva di genere. Posso credere che sia implicito tal o talaltro criterio associato a evitare la discriminazione di genere però se non lo dichiaro e non lo articolo in funzione di quello, posso essere escludente e senza volere, sessista. 

Quando si parla di violenza simbolica a Cuba si parla, fondamentalmente, di audiovisivi, soprattutto il  videoclip e altri prodotti televisivi. Che fanno di così significativo  questi mezzi in questo senso?

Senza dubbio l’audiovisivo è portatore di un’ideologia di genere, forse più evidente perché arriva a molte persone. La tv, i videoclip e il cinema riproducono fino alla sazietà questa violenza simbolica di cui abbiamo parlato, soprattutto quelle opere in cui si associa, “ perché piaccia di più” o perché “venda di più”, il corpo femminile  rappresentato secondo modelli culturali sessisti che è già provato che  “piacciono”.  Questo è il potere delle industrie culturali e la poca coscienza di come impattano queste rappresentazioni nelle persone che poi, acriticamente, riproducono questi modelli.

Esistono esperienze culturali a Cuba che sovvertono questo tipo di violenza? Quali strategie utilizzano per proporre nuove rappresentazioni?
Naturalmente esistono esperienze impegnate nella equità di genere e alcune pratiche artistiche che, nonostante alcuni ”pedaggi di invisibilità”, nel tempo  sono state incrementate. Nel mondo audio visivo, ci sono cambiamenti che vanno non solo dal punto di vista tematico, ma anche da quello formale: il cambiamento del punto di vista nella rappresentazione, l’affrontare temi associati ai conflitti delle donne, diverse e multiple, l’autorappresentazione e /o dare voce a loro in prima persona, la denuncia delle restrizioni associate alla femminilità e alcune strategie narrative che si allontano da quelle  egemoniche. Nel tempo questi cambiamenti hanno portato a rendere visibili femminilità diverse e a dire che  non siamo un solo tipo di donna ma siamo molte forme di essere donne.

Intervista completa su: http://www.redsemlac.net/web/

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