Salvataggi dei migranti in mare e il Codice di condotta per le Ong

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di Udo C. Enwereuzor, Responsabile Migrazione Minoranze e Diritti di Cittadinanza

A poco più di un mese dal Consiglio europeo di Tallinn in cui il ministro Minniti annunciò la presentazione ai partner europei di una bozza di codice di condotta per le Ong che partecipano alle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti e profughi (SAR) nel Mar Mediterraneo, stiamo arrivando finalmente allo svelamento di parte della logica sottostante. Fin dalla sua prima diffusione, il documento in 11 punti era parso alquanto ridonante ed inutile, perché persegue in parte una finalità giusta – la collaborazione di altri paesi Ue – con i mezzi sbagliati.

Perché riproporre nel documento quanto prevedono già le norme internazionali sulla navigazione e il soccorso in mare e che vengono già osservate dalle organizzazioni umanitarie che svolgono la funzione di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo in aiuto all’Italia? La versione definitiva del Codice che è stato chiesto alle Ong di firmare contiene soli tre punti (su dieci) che sono nuovi rispetto alla prassi seguita finora dalle organizzazioni umanitarie. Torneremo a queste tre previsioni perché il rifiuto di firmare il codice da parte della maggioranza delle Ong, registrato finora, verte proprio su questi punti.

La proposta del governo sul codice di condotta arriva dopo tre mesi di una diffusa e martellante campagna denigratoria contro le attività SAR svolte dalle Ong e spiace constatare che, con la richiesta alle Ong di rendere pubblici i nomi dei donatori che finanziano le attività in mare, il codice riproduce uno dei luoghi comuni utilizzati nell’operazione di criminalizzazione dell’azione umanitaria di salvataggio. Le organizzazioni che partecipano alle attività SAR hanno dichiarato, durante le audizioni di fronte alla Commissione Difesa del Senato, che i loro bilanci sono pubblici e qualsiasi parte interessata,comprese le autorità fiscali, può prenderne visione in qualunque momento.

La campagna di criminalizzazione delle attività SAR ha posto l’accento sul fatto che le persone salvate in mare vengono portate in Italia nonostante che quasi tutte le barche o navi delle organizzazioni che fanno i soccorsi battono bandiere di altri paesi europei (Germania, Olanda, Malta, Regno Unito e Spagna). Occorre dire che la campagna ostile ai salvataggi in mare e sbarchi in Italia fonda le radici in parte nel rifiuto degli altri paesi membri dell’Ue di condividere la responsabilità per l’accoglienza delle persone salvate. Del resto, è stato lo stesso rifiuto da parte di altri paesi Ue a partecipare nei SAR e nell’accoglienza delle persone salvate, lasciando così l’Italia sola a supportarne l’onere, la causa primaria dell’ingresso delle organizzazioni della società civile nell’operazione di ricerca e salvataggio in mare.

È utile dunque ripartire dagli sbarchi delle persone salvate per capire le differenze di valutazioni tra il governo italiano e alcune Ong su alcuni punti del codice di condotta. L’attività di ricerca e salvataggio in mare è una risposta ad un’emergenza che mette a rischio la vita delle persone coinvolte ed è ben regolata dalle leggi e principi consuetudinari del mare, convenzioni internazionali largamente ratificate, da vari manualioperativi e linee guida sviluppati dall’IMO – Organizzazione Marittima Internazionale, dallo IAMSAR – International Aeronautical and Maritime Search and Rescue e dall’UNHCR per proteggere rifugiati e migranti salvati in mare. Lo sbarco delle persone salvate rappresenta l’ultima parte dell’operazione di salvataggio e come tale, è parte integrante della risposta all’emergenza. Lo sbarco è regolato in modo da a) assicurare il più rapidamente possibile l’assistenza medica e materiale alle persone salvate, b) salvaguardare la sicurezza dei soccorritori ed in ultimo, c) ridurre al minimo le interferenzee i disagi per la navigazione ordinaria.

L’accoglienza delle persone costituisce l’inizio di un altro processo che dovrebbe essere tenuto ben distinto dal salvataggio e dallo sbarco delle persone salvate e essere gestita condividendo le responsabilità tra i paesi dell’Unione. Purtroppo, così non è stato perché la campagna di criminalizzazione prima e la grave delegittimazione ed intimidazione mediante il codice di condotta del Governo poi, partono dalla sovrapposizione dei due processi – risposta all’emergenza in mare e accoglienza delle persone salvate. Di fronte al rifiuto della maggioranza dei paesi dell’Ue di condividere le responsabilità per l’accoglienza dei migranti, rifugiati e profughi, l’Italia ha scelto di limitare la risposta all’emergenza limitando la capacità di quanti – le Ong umanitarie – hanno finora agito affianco e sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana nel salvare vite in mare. Scelta strana perché pur essendo condivisa dai paesi Ue ricalcitranti finora a collaborare, non si vede in che modo questa pericolosa scelta farà venir meno il rifiuto di collaborazione dei paesi non-cooperativi.

La scelta d’imbrigliare in qualche modo chi sta aiutando a salvare vite in pericolo in mare viene messa in pratica attraverso uno strumento, il codice di condotta per le Ong, che oltre a fotografare la prassi fin qui seguita dalle stesse Ong, nasconde in mezzo altre prescrizioni che mirano esplicitamente a limitare la capacità operativa di queste organizzazioni nel salvare le persone in pericolo, oltre a mettere sotto ulteriore pressionele risorse della Guardia costiera che dovrà, fin dove potrà, sopperire al minore apporto delle Ong. Le tre prescrizioni che risultano particolarmente sgradite alle Ong che si rifiutano di firmare il codice di condotta sono quelle che prevedono a) divieto di trasbordare le persone soccorse su una nave diversa da quella che le ha salvate; b) ammettere a bordo personale della polizia giudiziaria armato e infine, c) per le navi battenti bandiera straniera, informare il proprio paese di bandiera quando soccorrono e salvano persone fuori di una zona SAR istituita.

Il divieto di trasbordo delle persone salvate ad altra nave appare mirato a mettere in difficoltà le navi più piccole, tenendole lontane dalle zone SAR visto che ci mettono più tempo a raggiungere i porti di sbarco e tornare indietro nelle zone di ricerca e salvataggio. Inoltre, tale misura aumenta i costi operatividi tutte leorganizzazioni della società civile impegnate nel SAR e per questa via, tenta di conseguire una limitazione della loro operatività. Così facendo però si riduce complessivamente la capacità anche dei mezzi istituzionali di soccorrere le persone in difficoltà nel Mar Mediterraneo. Finora i trasbordi hanno rappresentato un’efficace razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse navali disponibili realizzata dalla Guardia costiera e hanno beneficiato dei trasbordi più frequentemente le navi militari e commerciali che si sono trovate a salvare dei profughi. La nave Aquarius che ho seguito finora più da vicino fra le navi delle Ong ha svolto sempre i trasbordi su indicazioni dell’MRCC di Roma e tale funzione sembra sia molto gradita alla Guardia costiera che così facendo può dedicare i propri mezzi alle sue altre funzioni in mare invece di metterci due o tre giorni di viaggio dalla zona SAR al porto di sbarco e ritorno. Se i trasbordi migliorano l’operatività delle navi della Guardia costiera, di quelle militari e commerciali, perché i trasbordi tra navi Ong dovrebbero essere un problema?

Su questo punto si è intravvisto negli ultimi giorni posizioni diverse all’interno del Governo ed in particolare tra il ministro dei Trasporti e quello dell’Interno, artefice questo ultimo del codice di condotta. Il ministro Delrio ha pubblicamente esplicitato l’incomprensibile contraddizione rappresentata dalla previsione del divieto di trasbordo delle persone salvate da una nave Ong ad un’altra. C’è da sperare che almeno su questo punto prevalga la razionalità riconoscendo che la misura aggrava il peso del SAR per il Governo e non produce alcun effetto sui trasportatori illegali che mettono in mare le persone tanto bisognose di partire da affidarsi a gente senza scrupoli. Il Governo non può non prendere atto che tenere più lontano possibile le navi delle Ong dalle zone SAR aumenta la probabilità di avere altri morti; evitare questo rischio è un dovere morale e di leggi nazionali ed internazionali.

Per capire le ragioni per cui alcune Ong rifiutano di ammettere a bordo delle proprie navi del personale della polizia giudiziaria armato, occorre chiedersi a che scopo si vuole una simile presenza su navi SAR che prendono a bordo solo persone in pericolo e con gravi traumi psicologici e non di rado con ferite di ogni genere sul corpo. Durante le audizioni delle Ong SAR davanti alla Commissione Difesa del Senato, vennero chieste a tre Ong – la Jugend Rettet, Sea Eye e Sea Watch -, le loro posizioni rispetto alla presenza a bordo delle loro navi di personale della polizia giudiziaria e la prima e la terza risposero negativamente e la sola Sea Eye si disse disponibile, secondo il rapporto finale di quella Commissione che non esplicita il perché risultano agli atti solo le risposte di queste tre organizzazioni su nove Ong SAR sentite. In quella sede si disse che la presenza della polizia giudiziaria a bordo delle navi SAR sarebbe finalizzata a raccogliere elementi per le indagini sui trasportatori illegali.Chiunque abbia guardato i tanti filmati sui salvataggi e le condizioni delle persone salvate quando arrivano a bordo si renderà conto dello stato di shock in cui si trovano e non è difficile capire che quelle non sono le condizioni migliori per essere interrogato da un agente di polizia giudiziaria oltretutto armato. Nonostante questo tipo di considerazione, le Ong contrarie alla presenza di armi a bordo si sono dette disponibili ad accogliere gli agenti purché lascino le armi sui mezzi istituzionali prima di salire a bordo. D’altra parte, quali pericoli devono affrontare a bordo delle navi delle Ong nel parlare con persone stremate dalle condizioni del viaggio dalla Libia e da tutto quello che hanno sofferto a terra in quel paese? I soccorritori delle Ong non sono mai state in pericolo a causa dellepersone salvate e non hanno mai avuto bisogno di ‘tutori dell’ordine’ per gestire i rapporti a bordo. L’insistenza del Governo su questo punto esprime una volontà di contrastare il principio di opporsi ad aver armi in luoghi dove si prestano assistenza umanitaria, a terra o in mare. In assenza di una ragione pratica per salire a bordo delle navi Ong con le armi addosso, la posizione del Governo si riduce ad una scusa per impedire l’azione umanitaria a favore di quanti tentano di raggiungere l’Europa dalla Libia.

La previsione che una nave SAR battente bandiera straniera informi il proprio paese di bandiera fa pensare ad un tentativo di indurre a maggior collaborazione i paesi Ue che finora si sono rifiutato di condividere le responsabilità per quel che avviene ad una frontiera dell’Unione. In pratica si pensa di mettere pressione su alcuni paesi Ue ricattando le Ong che usano navi registrate in quei paesi, visto che la maggioranza delle navi delle Ong coinvolte batte bandiere diverse da quella italiana. Le convenzioni dalle quali derivano gli obblighi di soccorso ed assistenza a persone in pericolo in mare non mettono simili obblighi sul paese di bandiera della nave soccorritrice ma sui paesi più vicini. Poiché uno dei paesi stranieri di bandiera delle navi SAR è Panama, ci si aspetta forse che questo paese assuma in qualche modo la responsabilità per un salvataggio nel Mar Mediterraneo? Da questo banale caso, appare evidente che si pensa di mettere pressione sui paesi di bandiera Ue limitando gravemente le attività di salvataggi delle Ong afferenti a questi paesi.

La scelta di perseguire un giusto obiettivo – la maggior partecipazione e condivisione degli altri paesi Ue nella gestione dei flussi attraverso il Mediterraneo -, con mezzi sbagliati è destinata non solo al fallimento ma anche ad aumentare i costi umani tra quanti cercano protezione in Europa.Questa è una responsabilità morale e politica che il Governo farebbe bene ad evitare.

 

Udo C. Enwereuzor