La piramide dell’odio: relazione della Commissione parlamentare su xenofobia e razzismo

A poco più di un anno dalla sua istituzione il 10 maggio 2016, la Commissione Parlamentare su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo, ha pubblicato la sua relazione finale il 20 luglio 2017.

La Commissione, intitolata all’ex-deputata laburista britannica, Jo Cox, uccisa durante la campagna per il referendum sul Brexit per odio politico, ha avuto una composizione mista, comprendendo oltre a rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, anche rappresentanti di alcune organizzazioni nazionali ed internazionali impegnate sul contrasto dell’incitamento all’odio, rappresentanti di del Consiglio d’Europa e dell’UNHCR, esperti ed un rappresentante dell’ISTAT.  COSPE è fra le associazioni nazionali che hanno fatto parte della Commissione.

Il rapporto copre l’odio nei confronti di vari gruppi nella società: dall’omofobico alla xenofobia, dall’anti-gitanismo all’antisemitismo, dall’islamofobia alla cristianofobia, dall’odio per motivi di sesso, genere e orientamento sessuale all’odio nei confronti delle persone con disabilità, al bullismo fra adolescenti. Il rapporto conferma che l’incitamento all’odio nello spazio pubblico non è una novità di ora ma documenta anche la forma perniciosa in cui si presenta oggi, quella dell’odio online ed in particolare, sui social media.

Il titolo della sintesi della Relazione finale riassume efficacemente l’essenza della pubblica espressione dell’odio e dell’intolleranza in Italia, parlando di ‘piramide dell’odio’, intendendo con questa espressione sottolineare come l’intolleranza, che può culminare a volte in aggressioni fisiche, danneggiamenti di proprietà e simboli religiosi ecc., poggia su una base ampia e salda costituita dagli stereotipi e dalle false rappresentazioni largamente condivisi e accettati da molti e molte. Evidenzia che gli insulti, il linguaggio ostile, i pregiudizi negativi, le discriminazioni ecc. si tengono insieme, costituendo un terreno fertile sul quale prospera e trova legittimazione la pubblica espressione dell’odio. Questa sottolineatura è importante ai fini di come combattere il fenomeno.

Rispetto agli attori, il rapporto registra il contributo di personalità pubbliche o con grande visibilità, a partire da quelle politiche, alla normalizzazione o banalizzazione dell’odio nella dialettica pubblica. Ugualmente indagato e messo in rilievo è il contributo dei mezzi d’informazione vecchie e nuove. Non a caso, fra le persone audite dalla Commissione, ci sono diversi direttori di giornali, testate televisive e rappresentanti delle grandi società di social media e tutti questi attori sono stati sollecitati a fare di più per contrastare un fenomeno che ha un potenziale elevato di minare la convivenza civile e limitare la libertà di espressione di molte persone mentre si erge come manifestazione di libera opinione. Il fatto che la pubblica espressione dell’odio e degli insulti sui social media costringe sempre più spesso alcuni cittadini e cittadine a ritirarsi da tali mezzi per evitare odiose aggressioni, costituisce una minaccia da non sottovalutare perché, come dimostrano diversi casi di simili aggressioni sui social media nei confronti di adolescenti, molta gente può caderne vittima.

La sintesi del rapporto raccoglie sotto forma di info-grafica, i risultati di varie indagini realizzate negli ultimi anni dall’ISTAT e da altri soggetti che indagano l’opinione pubblica sul fenomeno dell’odio e le intolleranze correlate, dai quali emergono tra le altre che, in Italia: i discorsi d’odio sono in preoccupante aumento, la rete Internet e i social media sono invasi da insulti, volgarità, diffamazioni nei confronti delle persone immigrate; le persone LGBTI sono a pari merito con i migranti come oggetto d’odio nei messaggi su Twitter; le donne sono di gran lunga destinatarie del discorso d’odio in rete e questo odio si esprime, per lo più, nella forma di disprezzo, degradazione e spersonalizzazione.

Meritano rilievo le numerose raccomandazioni per prevenire e contrastare l’odio (sono 56 di numero) di cui è corredata la relazione finale della Commissione Jo Cox. Oltre a coprire vari settori della vita pubblica così come i tantissimi portatori d’interesse o stakeholders, sono anche semplici nelle formulazioni, concrete e dirette.

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