La mobilità umana è un bene degno di tutela

Una riflessione, un’analisi degli ultimi dati diffusi dall’UNHCR e un excursus storico a cura di Udo  Enwereuzor, responsabile Migrazioni Minoranze e Diritti di Cittadinanza,  in occasione di questa giornata internazionale dedicata ai migranti e ai rifugiati.

Mentre si celebra oggi la Giornata Mondiale delle Migrazioni, il 2015 si avvia a concludersi con un altro primato in tema delle migrazioni volontarie ed involontarie. Secondo il Rapporto sulle Tendenze 2015 relative al primo semestre dell’anno reso pubblico oggi dall’ UNHCR, per le tre categorie di profughi – rifugiati, richiedenti asilo e sfollati all’interno dei propri paesi, l’anno mostra una tendenza decisamente in crescita per cui alle fine dello stesso, il totale dovrebbe superare 60 milioni di persone costrette a lasciare i propri luoghi di residenza.

Gli eventi degli ultimi due anni riguardanti i movimenti migratori nel mondo e in Europa in particolare, confermano la visione strana dominanti tra i governi dei paesi dell’Unione europea. La mobilità umana considerarsi come componente essenziale della libertà quando si tratta dei propri cittadini e diventa invece un aspetto secondario dell’esistenza delle persone nel caso dei cittadini dei paesi del sud del mondo. Questo doppio standard viene mantenuto a fronte della giusta affermazione del primato dei diritti umani per tutte le persone di qualunque paese essi siano. La visione della mobilità delle persone come un aspetto politicamente sacrificabile e non come espressione di una libertà umana essenziale, è alla base delle politiche migratorie dell’UE che hanno rivelato tutta la loro inefficacia anche nel 2015 e per questo vanno cambiate rapidamente.

La tendenza, anche da parte della società civile impegnata a sostegno dei diritti dei migranti e richiedenti asilo, a sottolineare l’aspetto umanitario come la ragione ideale per cui bisogna accogliere i migranti, svilisce l’importanza della mobilità come un componente indispensabile dei diritti umani meritevole della massima tutela. È importante riportare al centro del dibattito sulle migrazioni la natura di diritto umano al quale tutte le persone possono legittimamente aspirare. Sottrarsi dalle distruzioni e sofferenze causate dai conflitti armati che costituiscono la singola causa di gran lunga più importante delle migrazioni involontarie, è un esercizio del diritto alla vita. Pur nelle regolamentazioni operate dagli stati nazionali dei movimenti delle persone tra paesi, la mobilità non deve essere né criminalizzata, come sovente avviene oggi, né subordinata a calcoli di convenienza politico-elettorale da parte dei decisori politici. Sempre più la possibilità di poter esercitare la libertà alla mobilità, al di là delle condizioni socio-economiche individuali, definisce e differenza oggi i cittadini del nord e del sud globale e conferisce un’ennesima asimmetria alla distribuzione dei frutti della globalizzazione.

L’accentuarsi dell’afflusso di profughi verso l’Europa attraverso il Mediterraneo ed l’Egeo ha messo a nudo l’inadeguatezza delle iniziative messe in campo dall’UE per farvi fronte. Nonostante che i profughi ed immigrati si fermino in larga maggioranza nei paesi confinanti a quelli d’origine, la reazione dell’Ue alla crisi è rimasta quella di limitarne l’ingresso nei paesi membri. Il Mid-Year Trends 2015 Report reso pubblico oggi dall’UNHCR, l’Africa Subsahariana ospita a fine giugno 2015, una popolazione di rifugiati, profughi e sfollati interni pari a 4,017,500 mentre l’Europa ne ospita 3,475,300. Eppure questi paesi africani conoscono delle crisi economico-sociali ben più gravi di quelli registrati nei paesi UE e che vengono usate per giustificare la scarsa solidarietà che l’Unione europea ha dimostrato nel complesso.

Oggi, la tardiva empatia che la morte del piccolo Aylan Kurdi aveva suscitata all’inizio di settembre di questo anno si è evaporata in poco tempo e da quella data, si è registrata la morte di oltre 80 altri bambini e bambine, nel tentativo di arrivare in Europa, senza alcuna sollevazione dell’opinione pubblica europea.

Dall’autunno del 2013, il Consiglio Europeo e la Commissione Europea hanno sistematicamente rinviato un’assunzione chiara di responsabilità sulla gestione collettiva dei flussi di profughi che arrivano alle frontiere esterne dell’Unione, lasciando che, a sopportarne il peso, siano solo i paesi direttamente interessati per la loro posizione geografica. Le reazioni alla morte del piccolo Aylan, il bambino siriano di 3 anni annegato nelle acque dell’Egeo mentre con la famiglia cercavano di raggiungere la Grecia, hanno spinto il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, a prendere la decisione di accogliere in Germania un milione di siriani. Finora, né il peso politico della Germania né la forza morale che la scelta appena ricordata dà alla stessa, ha spinto il Consiglio e la Commissione europea a cambiare marcia e fare di più, assumendosi responsabilità collettive all’altezza della sfida, per la gestione della crisi dei profughi. Anzi’, queste istituzioni perseverano nella cinica insistenza sull’applicazione alla lettera del protocollo di Dublino, fino alla beffa di volere sanzionare l’Italia, Grecia e Malta per non aver preso le impronte digitali ad alcuni profughi e migranti arrivati nell’ultimo anno.

La discussione pubblica di questi mesi sulla crisi dei profughi raramente ricorda che questa non è la prima né l’unica crisi del genere che il mondo ha vissuto negli ultimi 50 anni. Conviene ricordare invece il caso dei profughi indocinesi della fine degli anni 70 e primi degli 80, battezzati dalla stampa di allora come “boat people” vietnamita, che vide centinaia di migliaia di persone attraversare le acque territoriali dal Vietnam, Laos e Cambogia verso Stati come Malesia, Singapore, Tailandia, Filippine e Hong Kong nel Sud-est asiatico, dopo la fine della guerra del Vietnam. Allora come oggi, ci furono forti reazioni dell’opinione pubblica alle immagini di gente che moriva annegata durante la traversata. Per affrontare quella crisi, fu necessaria una grande guida politica e cooperazione internazionale su larga scala.

Sotto l’egida dell’UNHCR, venne raggiunto un Piano d’Azione complessiva per quei profughi, basato su un accordo internazionale di condivisione di responsabilità. I paesi di approdo nel Sud-est asiatico acconsentirono a tenere le loro frontiere aperte, intraprendere operazioni di ricerca e salvataggio e ad offrire un’accoglienza ai profughi. Parallelamente, la coalizione internazionale di vari paesi, compresi molti membri attuale dell’Unione europea, sottoscrissero di accettare e ricollocare tutte le persone che L’UNHCR avrebbe stabilito aver bisogno di protezione. L’Italia prese parte a quella operazione, mandando la nave ammiraglia Andrea Doria a riportare in Italia un contingente di circa 900 persone. Vennero trovate soluzioni alternative ed umane per le persone giudicate non aventi bisogno di protezione internazionale. Tali soluzioni comprendevano migrazione legale alternativa e ritorni volontari. Il piano portò alla ricollocazione e reinsediamento di milioni di persone e così venne evitato un disastro umanitario ed ulteriori perdite di vite umane.

Oggi più che mai, c’è gran bisogno di una saggia azione politica come quella appena descritta e l’Ue ha il dovere di assumersi l’onere di promuovere un’iniziativa simile. La linea che prevarrà dipenderà anche dalla nostra capacità di premere sui governi nazionali e le istituzioni UE per una soluzione che rispetti i diritti umani di chi cerca protezione o condizioni di vita migliori. Occorre affermare con voce ferma che non accettiamo la distinzione di chi bussa alle porte dell’Ue in ‘profughi’ buoni e ‘immigrati’ cattivi o problemi da respingere. In egual misura, bisogna respingere la costruzione di centri di raccolta e valutazione di idoneità a richiedere la protezione nell’Ue, nella sponda sud del Mediterraneo, in paesi che per la maggior parte non hanno un sistemato di asilo perché non hanno mai ratificato la relativa convenzione di Ginevra del 1951. L’esperienza dei campi allestiti dall’UNHCR in Tunisia per accogliere chi fuggiva dalla Libia nel 2011, dimostra che questo tipo di approccio alla crisi dei profughi non offre nessuna soluzione apprezzabile ma serve solo a spostare la questione nell’orto del vicino.

Le migrazioni attuali, volontarie ed involontarie, sono compiutamente un’espressione dell’interdipendenza nord-sud del mondo ed esigono una condivisione di responsabilità tra i paesi per le sorti dell’umanità che ne è coinvolta. Le sfide poste dalle migrazioni all’Unione europea come ad altri paesi del mondo esigono che si uniscono le forze per trovare soluzioni che riducono drasticamente le sofferenze e non la costruzione di muri.

 On line il numero di Babel: “Exodus.  Il Mediterraneo e la grande fuga dalla guerra”. 

Foto di Giulio Piscitelli – agenzia Contrasto 

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