Il deserto, le fragole e una ferita. Fragili insurrezioni saheliane.

Storie di “ordinaria” migrazione raccontate da Mauro Armanino. missionario e antropologo dal 2015 di stanza in Niger.  Don Armanino cura un blog settimanale su “il fatto quotidiano”. 

Barry non aveva mai lavorato in un cantiere. Ora cammina a stento per la ferita che l’accompagna da quel giorno. Un chiodo è bastato per mettere fine alla sua permanenza in Algeria. I suoi connazionali l’hanno portato in ospedale per le prime cure. Un banale infortunio sul lavoro costituisce, per un ‘irregolare’,  come una condanna da scontare.

Resiste quanto può e infine giunge alla decisione di rientrare nella Guinea da cui era partito da pochi mesi cercando fortuna altrove. Nel suo paese vendeva cellulari, schede e bustine di detersivo per abbellire il chiosco di compensato e lamiera. Dall’altra parte del telefono tutto andava meglio, le immagini e la voce offrivano ampie garanzie di successo.

Barry è partito senza dir nulla a casa. Solo quando  alcuni ribelli, dopo averlo derubato,  l’hanno venduto ad un altro gruppo, ha chiamato suo fratello per pagare il riscatto. E’ così che la famiglia ha saputo che si trovava prigioniero del deserto in Algeria. Il chiodo lo porta ancora nella carne trafitta da chi ha dichiarato la migrazione un reato. Basta guardare al deserto, militarizzato, reticolato, venduto, tradito e accerchiato dalle barriere armate dell’Europa.

Alla stazione dei bus e dei taxi di Agadez si negoziano i passaggi delle frontiere. Per l’Algeria,o a scelta la Libia per la modica somma di 80 mila franchi locali, che fanno 121 euro senza la riduzione per il cambio fluttuante come le dune. L’inganno si scopre poco dopo in pieno deserto. Il mezzo si ferma e i passeggeri sono abbandonati al loro destino in attesa del successivo acquirente. Magari l’autista arriva trafelato il giorno dopo e chiede i soldi per il seguito del viaggio arma alla mano. Alla tappa successiva altra rivendita, pagata con qualche settimana di lavoro o con appelli telefonici ai famigliari.

A questo di fatto conduce il blocco navale del mare del deserto di pietre e sabbia impastata di chiodi. Uno di questi accompagna Barry. Perché la corona di chiodi è come quella di spine e il giorno del suo passaggio è lo stesso. Un venerdì di qualunque calendario migrante. Giorni che passano e tornano, espulsi, detenuti e venduti  la tappa successiva all’altro commerciante di vite. Un calendario fabbricato in Europa, senza giorni di festa e senza santi in cui inciampare. I mesi, le settimane e gli anni passano tentando di inventare il giorno che non c’è. Sparito al momento del libero rimpatrio senza documenti.

Alpha nel suo paese vendeva sigarette e consigliava di non fumare ai clienti per evitare danni alla salute. Non gli rimaneva che partire verso la stessa Algeria che contrabbanda migranti nei campi e nei cantieri. Si è messo a coltivare fragole in giardino per la stagione buona. Alla fine del contratto il padrone non l’ha pagato  ma solo denunciato alla polizia come ‘clandestino’. Trova lavoro in un ristorante per le pulizie fatte di nascosto. Neppure in questo caso sarà alla fine pagato dal padrone. Accusato come potenziale terrorista, sicuramente spacciatore, con ogni probabilità malfattore e dunque migrante secondo le ultime disposizioni legislative è infine espulso.

Categoria strana quella dei migranti, balzati da molto tempo alla ribalta delle cronache quotidiane sugli schermi. Qui nel Sahel si chiamavano a suo tempo e con rispetto esodanti, in seguito sono stati trasformati in avventurieri, decretati infine irregolari e dunque illegali o criminali secondo le circostanze. Su di loro si fanno affari a non finire. Le migrazioni sono un’industria che arricchisce la filiera che su di esse fonda la sua gloria.

I benefattori dell’umanità sono innumerevoli. Col pretesto di salvare vite umane comprano le frontiere, i deserti, i mari e persino le fragole. Solo rimane una ferita, quella che Barry si porta a casa come ricordo di viaggio.

Niamey, agosto 2017

Foto Giulio Piscitelli/Contrasto