COSPE compie 30 anni in Niger e si prepara a nuove sfide

di Giorgio Menchini – presidente COSPE

 

Il Niger è uno dei primi paesi dove COSPE ha cominciato a lavorare. Era il 1986 e COSPE iniziava la sua collaborazione con le prime piattaforme contadine che stavano nascendo. Tra tutte il ROPPA (Reseaux de Organisation de Paysanne et de Producteurs de l’Afrique del’Oueste), oggi un organismo di rilievo internazionale che si siede al tavolo delle trattative con la FAO. Agricoltura e partecipazione politica e sociale sono sempre state le chiavi della nostra presenza in questo Paese, troppo spesso e sempre di più “Invaso” da una cooperazione assistenzialista e “d’emergenza” che ne ha modificato la fisionomia economica e sociale.

Oggi, a distanza di tanti anni, COSPE continua a lavorare coerentemente, pur in un contesto  completamente cambiato, in Niger insieme alle reti dei contadini che nel tempo sono cresciute e con le quali si sono creati rapporti di fiducia e scambio, per fronteggiare nuove sfide e per promuovere una svolta radicale nello sviluppo rurale attraverso la transizione agroecologica con il progetto Terre et Paix – Soutenir l’emploi des jeunes et l’acces à la terre comme prevention des conflit au Senegal, Niger et au Mali.

Un progetto che vuole essere un tassello importante per fare fronte all’effetto combinato dei cambiamenti climatici e dell’ aumento demografico, e prevenire una crisi che si annuncia devastante non solo per l’accesso al cibo e all’acqua, ma anche per il diritto alla terra,  per la democrazia, la convivenza interetnica e la pace interna. Una crisi che avrebbe anche l’effetto di produrre per la prima volta una migrazione massiccia di popolazione nigerina verso i Paesi africani confinanti e verso l’Europa.  

 

Tornando a Niamey dopo un’assenza di 10 anni la prima impressione è che la capitale del Niger stia cambiando pelle: da tranquillo villaggione africano a metropoli caotica, invasa da un traffico che non dà tregua, dove spiccano un numero altissimo di SUV di ogni tipo e dimensione, e dove incontrare cammelli è sempre più difficile.  E’ il segno visibile e forse più impattante di un paese sempre rimasto ai margini ed improvvisamente diventato centro dell’attenzione internazionale e di interessi geo-politici di ogni tipo, legati alla sua centralità nei flussi migratori dall’Africa al Mediterraneo, alle scoperte di riserve importanti di uranio, oro, petrolio.

Scopri, infatti,  che qui nei mesi passati sono venuti tutti, dalla Merkel a Gentiloni,  che basi militari sono state costruite dagli americani e dai francesi, perfino dai tedeschi.  Vieni a sapere che i cinesi hanno in mano lo sfruttamento del petrolio, e hanno costruito e gestiscono una grande raffineria a Zinder che ha reso il paese autosufficiente ed esportatore netto di benzina.  Ti dicono che fra poco ci sarà un’ambasciata di Italia, piccola ma in grado di rappresentare adeguatamente gli interessi di un paese euro-mediterraneo che inizia a considerare il Niger come la sua frontiera meridionale.

Dovunque cogli i segnali dell’invasione in corso da parte di tutte le agenzie e di tutte le grandi “multinazionali” dell’emergenza, con il seguito del loro esercito di espatriati:  “Save The Children”  che apre una sede con 400 persone impiegate, “MSF” che ne ha 700, e tutte le altre a seguire.  L’economia dell’emergenza è dappertutto, occupa tutti gli spazi di ragionamento e di azione, condiziona letture, analisi e strategie, impedendo spesso di cogliere le vere caratteristiche e dimensioni dei problemi – vedi alla voce “fame” – e spingendo verso soluzioni sbagliate che finiscono spesso per  aggravarli.

E’ un’economia dell’emergenza   sempre di più legata   ai flussi dei migranti che attraversano il paese e che la sede nigerina dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni valuta in 300.000 per anno. Passano di qui le persone che si mettono in viaggio da tutti i paesi dell’Africa Occidentale e Centrale, che hanno bisogno di tutto per affrontare il viaggio fino al Mediterraneo: permessi, trasporto, ospitalità,  cibo,   e che finiscono per concentrarsi ad Agadez, l’antica capitale dei Touareg, alle soglie dell’immenso Sahara, in attesa dei mezzi per il grande balzo verso le coste del Mediterraneo.

E’ un grande business per molti, che si intreccia con il dramma di quanti lungo la strada vengono assaliti, derubati, feriti, e infine violentati e ridotti in condizioni di semi-schiavitù in Libia, in attesa dell’ultimo passaggio verso l’Italia,  che per un numero troppo alto di loro sarà  in tutti i sensi l’ultimo viaggio.

Alla fine, secondo il rappresentante dell’OIM di Niamey, sono 100.000 le persone che ogni anno tornano indietro, circa un terzo di quelle che avevano iniziato il viaggio.  Quasi sempre spogliate di ogni loro avere, e segnate dagli stress psico-fisici subiti.  Impossibile vivere e lavorare in Niger voltando gli occhi da un’altra parte. Difficile ma obbligatorio occuparsene restando fedeli a noi stessi, fuori dal grande business dell’emergenza e mantenendo la distanza da politiche che non rispondono ai nostri valori e alla nostra storia.